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Mese: ottobre, 2015

Equilibri 

Guardo il calendario finO a Natale e a vedere i weekend mi prende un’ansia inspiegabile.

Sento il mio riposo, il mio tempo privato, quello che non dedico al lavoro, assottigliarsi in mille progetti e mille incombenze, e mile doveri. Mi trovo, tanto per cambiare, a mantenere in equilibrio una quantità di cose impossibili; e in questi equilibri difficili ho sempre la tentazione di lasciare cadere le cose mie, perché ho sempre il dubbio che siano davvero le mie, le cose importanti.

Ma è una tentazione a cui non cederò questa volta, perché anche io, incredibilmente, ho delle necessità o dei desideri, o dei bisogni; anche se le persone che mi circondano tendono a sottovalutare le mie cose perché le loro sono più urgenti, più importanti, più difficili.

Perché tra le cose che ho imparato in questa mia nuova vita, è che è inutile chiedere aiuto a chi non ascolta le tue richieste, o anche se le ascolta ha in mente le sue cosine e non ha intenzione di sacrificarne mezza per le tue.

Quindi alla fine mi sa che il segreto è tutto qui: coltivare quotidianamente la propria gioia; difendere la propria gioia; preservare se stessi.

Sapere che nei momenti più importanti sarai comunque sempre sola. E pregare perché i momenti più importanti non siano difficili, ma solo importanti.

Innamorarsi, un giorno

Per il mio quarantaduesimo compleanno, chi mi legge lo sa, mi sono regalata una dieta.

È un regalo un po’ strano, perché regalarsi un sacrificio è buffo, mi rendo conto. È che volevo regalarmi la possibilità, in prospettiva, di guardarmi allo specchio e riconoscermi. Non intendevo piacermi, sia chiaro. Ma almeno riconoscermi, ecco, quello sì.

Ora, cinque mesi dopo, voglio dire che non è stato facile. Intanto perché, per esempio, non sono ancora arrivata al mio obiettivo, e ho cominciato a pensare che non ci arriverò più. E poi ho dovuto fare pace con il fatto che non solo non ho più vent’anni. Ma nemmeno trenta. E insomma, alla fine dimagrire a quarant’anni non è facile.

La cosa che non potevo immaginare era che una cosa così semplice come assumersi la responsabilità di cosa si mangia avrebbe cambiato tutto, nella mia vita.

Settimana dopo settimana ho cominciato a sentirmi meglio; ho cominciato a provare piacere fisico nello stare sveglia, nel camminare, nel muovermi. Piacere nel sentire l’energia che scorre.

E a ogni etto che perdevo guardando lo specchio scoprivo una donna che non avevo mai conosciuto. Intanto una donna che ha cominciato a sentirsi, se non bella, almeno piacevole. Ma soprattutto una donna che ha coraggio si vestirsi e pettinarsi e truccarsi come le pare e che guarda il mondo con gli occhi di qualcuno che si piace.

E ho scoperto, così, che amo la mia vita. Una vita faticosa, poco lineare, completamente vuota delle cose che anche solo un anno fa mettevo tra quelle necessarie a sentirmi felice; ma una vita divertente, piena, a tratti anche troppo piena, a voler essere sinceri, ma una vita che mi piace.

E, per la prima volta in 42 interi anni, io mi sono innamorata. Di me.

E si sa: essere innamorati è bellissimo.

Aria di casa

E così dieci minuti fa ero fuori, a piedi, e camminando respiravo questa aria di autunno, fresca, pulita.

E per un istante non sono più stata a Firenze e non avevo i capelli biondi.

Ero a a Torino, e avevo trent’anni. e tornavo a casa ed era notte, molto più tardi di adesso, e io tornavo da una delle mille sere in cui fingevo di essere felice, frignavo di nascosto e invece ero felice davvero, e non lo sapevo.

E ho avuto nostalgia per quella scema che sono stata, a buttare tutto all’aria perché non sapevo stare da sola, ma soprattutto ho avuto nostalgia per quella sensazione di completezza, di libertà, di coraggio, di immortalità, anche, che sentivo allora, in cui credevo che nulla potesse rompermi.

E mi guardo indietro e penso che sono stata così fortunata ad avere vissuto una cosa così; e che se oggi sono la donna che sono e non mi sono buttata giù da un cavalcavia a caso, ecco, è stato soprattutto perché in quegli anni ho imparato a essere me, nel bene e nel male. E a vivere con me, che non è facile.

E però per un istante ho avuto un magone grosso, perché quel passato è passato, e quei piedi leggeri, quella sensazione di soddisfazione pienezza totalità e calore non l’ho più avuta così brillante in fondo al cuore.

E mi sono resa conto che non ricordo nemmeno un giorno, di quei miei duemila giorni, in cui io avessi sentito freddo.

E, come è scritto in un messaggio che mi è appena arrivato, era un vento di giovinezza.

Era un così bel posto.

Ricorda sempre, sempre, sempre, sempre.

Se hai bisogno di una mano la troverai al fondo del tuo braccio.

Quindi risparmia l’energia di chiedere aiuto; è energia che potrai usare per trovare la soluzione.

Circuiti

Anni fa una persona (sempre la stessa, quindi non sto a ripetere chi sia) mi insegnò che l’infelicità ce la provochiamo noi da soli, creando circuiti tra i pensieri, le cose che accadono e la nostra reazione.

Per cui, diceva, se abbiamo creato come circuito “se succede o se penso questo (scegliere un questo a caso) allora sto male”, appena succede o pensiamo questo (qualunque sia questo) automaticamente stiamo male.

Così, uno a uno, analizzammo un po’ dei miei circuiti e ne trovammo un po’ da staccare.

Era un lavoro strano. Cercavo il filo della sofferenza, risalivo al pulsante che lo attivava, e lo staccavo.

Poi non ci ho più pensato, ho costruiti circuiti di malessere nuovi (figli, famiglia, convivenza; erano tutti fili attaccati a pulsanti che attivavano del dolore) e ogni tanto li ripassavo per sentire se facevano ancora male. E facevano sempre male. Così, dal momento che facevano male, credevo fossero cose importanti.

Poi, e se dovessi dire quando non saprei proprio rispondere, ho cominciato ad attivare quei circuiti sempre meno. Appena sentivo affacciarsi uno di quei pensieri correvo ad attivare altri circuiti, mi distraevo. E in questo distrarmi a un certo punto sono diventata una persona importante per una persona importante. E quella persona sono io.

Io.

E mi sono detta che merito più cose, e migliori, di stare lì a sentire i circuiti che si attivano quando penso alle cose che non ho, che non posso avere, che nessuno vuole avere con me. E ho pensato che è bene che mi prenda tutte le cose che posso darmi da sola, e che mi ci concentri a darmele e belle, perché me la merito una vita bella.

Una vita bella, ricca, piena, felice.

E se non me la do da me e aspetto che qualcun altro me la dia, allora costruisco dei circuiti di frustrazione assurdi e intricati, che sono un ottimo modo per non essere felice.

Così, senza pensarci due volte sono scesa dentro me stessa con un paio di forbici.

E ZAC.

Come si sta bene, davvero.

Lunedì 

Ogni tanto mi si squarcia la coscienza su dei pensieri, e di solito sto facendo la doccia, e devo scriverli prima che vadano via, perché metti che poi mi servano, tipo che tre anni dopo mi tornano su con qualche app e io penso “madonna ma com’ero intelligente”; così li scrivo, perché voglio trovarmi tra anni a pensare che ero intelligente e farmi una carezza per stasera, che sono intelligente e ho bisogno di carezze.

E lo squarcio di stasera sono due frasi che mi diceva sempre il mio mago, e che sono che non esiste la felicità, ma solo attimi di felicità, e che non esiste l’amore, ma esistono solo prove d’amore.

Ed è la prima, che sento nello stomaco stasera, perché mi rendo conto che in automatico faccio l’elenco delle cose che vanno, mi concentro per metterci sopra la luce e vederle bene, perché la felicità è amare ciò che si ha già, non partire per conquistare quello che non si ha.

E so che questo esercizio che mi tiene sorridente e allineata – oh, credo di non essere mai stata così sorridente e allineata in vita mia – poi ha come effetto collaterale che poi uno non vuole più niente, o non sa che cosa vuole, perché la strada per la felicità è fatta di te che arretri di fronte a dei no.

Prima a dei no pronunciati; poi dei no ipotetici; poi dei no probabili; poi dei no che magari potrebbero essere dei sì, ma a un certo punto si sta così bene ad amare ogni piccolo dettaglio insignificante della propria esistenza che a farsi dire di no uno non ha più voglia nemmeno di rischiare.

E penso che volere poco, ma anche nulla, ma anche meno di nulla, sia quella cosa per cui ogni giorno mi alzo con l’idea che ho 24 ore davanti che sono vita, e voglio viverle tutte e 24 mentre sono nel presente, senza sogni e senza bisogni che non siano di essere contenta di me, di come mi stanno le sopracciglia e di come io abbia un bellissimo paio di scarpe nuove dallo scorso anno, ancora mai messe, che è come avere un regalo di Natale da scartare a Pasqua.

E la cosa più bella è che non mi interessa che arrivi Pasqua, perché ogni giorno può essere bello; anche senza regali da scartare.

Cicli

Ho avuto un mese di tempo sereno.

Scacciavo le nuvole con parole di coraggio, i pensieri blu ringraziando per le cose bellissime che ho, mi guardavo cambiare, alla specchio, e mi trovavo più bella, un po’ di più ogni giorno.

Ricevevo attestati di stima da tutti e me ne beavo.

Poi la luce ha cominciato a diminuire, gli ostacoli si sono moltiplicati, è tornato il dolore antico della morte che bussa alla porta e vuole portarsi via l’animale che più ho amato in vita mia.

Non mi sono arresa, nemmeno per un istante. Ho sempre tenuto fisso il timone, e ringraziato.

E sono stata fiera di me.

Ora, da qualunque parte mi volti, vedo persone che hanno cose che mi piacerebbe avere e che non ho.

E niente. Io ringrazio. Ma stare bene, ecco, forse no.