Circuiti

di Calexandrìs

Anni fa una persona (sempre la stessa, quindi non sto a ripetere chi sia) mi insegnò che l’infelicità ce la provochiamo noi da soli, creando circuiti tra i pensieri, le cose che accadono e la nostra reazione.

Per cui, diceva, se abbiamo creato come circuito “se succede o se penso questo (scegliere un questo a caso) allora sto male”, appena succede o pensiamo questo (qualunque sia questo) automaticamente stiamo male.

Così, uno a uno, analizzammo un po’ dei miei circuiti e ne trovammo un po’ da staccare.

Era un lavoro strano. Cercavo il filo della sofferenza, risalivo al pulsante che lo attivava, e lo staccavo.

Poi non ci ho più pensato, ho costruiti circuiti di malessere nuovi (figli, famiglia, convivenza; erano tutti fili attaccati a pulsanti che attivavano del dolore) e ogni tanto li ripassavo per sentire se facevano ancora male. E facevano sempre male. Così, dal momento che facevano male, credevo fossero cose importanti.

Poi, e se dovessi dire quando non saprei proprio rispondere, ho cominciato ad attivare quei circuiti sempre meno. Appena sentivo affacciarsi uno di quei pensieri correvo ad attivare altri circuiti, mi distraevo. E in questo distrarmi a un certo punto sono diventata una persona importante per una persona importante. E quella persona sono io.

Io.

E mi sono detta che merito più cose, e migliori, di stare lì a sentire i circuiti che si attivano quando penso alle cose che non ho, che non posso avere, che nessuno vuole avere con me. E ho pensato che è bene che mi prenda tutte le cose che posso darmi da sola, e che mi ci concentri a darmele e belle, perché me la merito una vita bella.

Una vita bella, ricca, piena, felice.

E se non me la do da me e aspetto che qualcun altro me la dia, allora costruisco dei circuiti di frustrazione assurdi e intricati, che sono un ottimo modo per non essere felice.

Così, senza pensarci due volte sono scesa dentro me stessa con un paio di forbici.

E ZAC.

Come si sta bene, davvero.