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Mese: novembre, 2015

“Cerca di pensare alle cose belle che hai”

Ho ricevuto questa frase, e mi sono messa a fare l’elenco.
E ho scoperto, con una interessante sensazione di illuminazione, che non possiedo niente.

Ma ricevo un sacco di cose belle in prestito.

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Ci sono delle volte, e sono delle volte che durano mesi, che pensi di avere superato tutto, solo perché non ci pensi per interi giorni, e quando per caso ti viene in mente qualcosa, non senti niente.

Ma non è vero.

La verità è che quel fastidio, quel dolore, quella dignità ferita, sono ancora tutte lì; solo che sei diventata più brava a guardare da un’altra parte.

Poi ci sono sere in cui non riesci a guardare da un’altra parte.

Viaggi di ritorno

Ho dei pensieri nel retro del cervello che mi fanno stare non male, ma nemmeno bene.

Il momento giusto per mandare via D’Artagnan. Mio padre che ha una voce strana e dice cose strane. Le scelte da fare. Le occasioni che ho paura di perdere. L’ansia per te.
Non so come fare, oltre a combattere a colpi di Sutra.

Poi, stasera il treno è silenziosissimo, come se fossimo tutti in attesa di una brutta notizia.

Formula magica

Un paio d’ore fa ho avuto un attacco di causticità e puntacazzismo da Guinness. 

Mi è presa una di quelle ire fredde e puntigliose che ogni tanto mi prendono a scuola, una di quelle ire che quando i miei studenti ne vengono investiti si paralizzano per minuti interi.

A scuola mi capita quando qualcuno approfitta di chi è più debole di lui, o quando qualcuno nega l’evidenza, cercando di farmi passare per stupida o credulona, cosa che non sono per nulla; né stupida, né, soprattutto, credulona.

Piuttosto sono diffidente a sproposito, per dire la differenza insomma.

Ma comunque, un paio d’ore fa ho avuto l’attacco di causticità. Che poi a me durano poco anche gli attacchi di causticità, perché lo Spirito mi ha fatto donna che si annoia, e mi annoio di tutto, anche di essere acida, mica solo di fare tutti gli anni Dante.

Quindi dopo un’ora e una passeggiata ho messo in saccoccia il nervoso, e ho mandato un messaggio di scuse, che secondo me la gente sottovaluta quanto sia importante chiedere scusa, che è una cosa che dice anche la Perel per cose grosse, quindi fidatevi, chiedere scusa non è male.

Dunque ho chiesto scusa e poi ho aggiunto una cosa, così d’impulso, che era è mia responsabilità.

E questa frase, mentre la scrivevo, e mentre ne sentivo il suono e il riverbero intorno a me, è scesa su di me come una carezza piena d’amore e ha spazzato via la rabbia, il senso di frustrazione, il senso di ingiustizia, il volere che mi sia data ragione a tutti i costi e tutta un’altra serie di cose che a scriverle sinceramente perderebbero di senso, ma ci sono.

E mentre mi sentivo magicamente in pace, in equilibrio, e in armonia con il mondo, ho capito che il trucco è sempre quello: ricordare che siamo liberi di restare nella vita che abbiamo, o di andarcene, se non siamo felici.

Perché se restiamo in una vita che non ci fa stare bene, non è colpa di chi ci fa stare male; è colpa nostra che non ce ne andiamo.

Io mi assumo la mia responsabilità, e resto.

19

Dopo giorni interi di cielo limpido oggi il cielo è grigio e nebbioso e umido e triste.

La gente va teatro a vedere un concerto e muore.

Altre persone, commentando una cosa così incommentabile, invocano la morte di altre persone, perché si sa che se muoiono tutti tutti tutti i cattivi allora il mondo sarà in pace, e noi saremo al sicuro; che è un ragionamento da videogioco spara-tutto, ma, oh, i quarantenni di oggi sono cresciuti con la guerra sulla Playstation, quindi concordano nel dire che il rumore dei proiettili “sembrava rumore mortaretti” e credono che per risolvere i problemi basti annientare tutti gli abitanti di una nazione (o conquistare 24 territori). 

Qualcuno prende sul serio la richiesta di vendetta e attacca i nemici; solo che, fatalmente, in mezzo ci vanno persone innocenti che invocheranno a gran voce più morti, in una spirale senza fine.

Io ho mal di testa, di nuovo, forte.

È lunedì, e mi sono alzata pensando che non vedo l’ora sia venerdì perché ho bisogno di riposarmi, che è un pensiero che odio perché vuol dire che non mi sono riposata per nulla in questi due giorni.

Il primo novembre per la prima volta in diciannove anni sono venuta al cimitero, da sola, e mi sono resa conto che il fotografo che ha ritoccato la tua foto ti ha cambiato il colore dei capelli; così io avevo scelto una foto da viva, e questo cretino l’ha trasformata in una foto da morta. Senza che io me ne accorgessi per diciannove anni, a dire che uno per fare attenzione alle cose importanti ci mette un po’, a volte.

Tu sei morta 19 anni fa, e io proprio ieri avevo bisogno di sapere la ricetta di un piatto che ti veniva benissimo e che mi piaceva tanto quando ero bambina.

E questa cosa, di non poter proprio più chiederti niente, ecco, questa cosa qui continua a fare un po’ male, anche dopo una vita.

Oggi mi sono tornate in mente delle parole che ho letto tempo fa e non avrei dovuto leggere.

Non riesco proprio a strapparmele dalla memoria; e non fanno bene. 

Conversazioni in Albania

Non so perché, ma sono convinta che fosse un sabato, e magari invece era domenica, ma insomma era un giorno della metà di agosto del 2013.

A Tirana c’era un caldo che non ci si stava, e noi eravamo in cerca del famoso fiume di Tirana che divide la città in due (davanti al fiume, vabbè, credo di averlo scritto all’epoca, ci fermammo senza parole, dato che era grande quanto un canale d’irrigazione di un piccolo campo, a voler essere generosi) e di una tazza per la mia collezione, e di una coca cola fredda, che si sa che niente come una coca cola fredda ti dà l’idea di dissetarti quando hai caldo, anche se razionalmente sai che è una cazzata.

E insomma eravamo lì anche piuttosto stupiti dal fatto che il palazzo del dittatore albanese fosse una specie di palazzina di periferia in puro stile anni Settanta, e a un certo punto io mi lanciai in una di quelle dichiarazioni assolute che spesso mi contraddistinguono, che dico una cosa come se fosse la verità assoluta della vita, e invece dopo un paio di giorni sarei pronta a giurare il contrario perché le mie verità assolute dipendono soprattutto dal mio livello di energia; ma vabbè è tutta un’altra faccenda rispetto a quello che volevo dire nel post.

Comunque insomma io sono lì che metto dei paletti grossi nel mio futuro, e dico che ci sono degli errori che non farò mai più, tipo sradicarmi da una città per amore senza avere la garanzia di una cosa più concreta di una promessa vaga che si starà insieme, e che mai più accetterò un patto con una persona se io sarò l’unica a giocarmi il culo in quel patto.

E poi niente, sarà che era il 2013 ed era agosto e faceva caldissimo e si pensava che il 2015 fosse lontano e fosse un tempo in cui era ancora tutto possibile e a un certo punto ebbi addirittura la sensazione che ci fosse un progetto dietro a una frase che accennava a venire a Firenze in ginocchio.

Ma era il 2013, era agosto, faceva caldo, eravamo a Tirana che è una città che chiama fiume un rigagnolo, e secondo me una città che chiama fiume un rigagnolo ti fa dire cose più grosse di quelle che pensi, e non potevamo immaginare che il 2015 fosse così dietro l’angolo e che sarebbero cambiate tantissime cose.

E nemmeno potevamo immaginare che saremmo cambiati soprattutto noi.

Ma questo novembre è caldo e colorato, e se guardo i giorni passati da quell’agosto non posso che dire che sono stati tutti giorni perfetti; perfetti e completamente diversi da quelli che desideravo allora.

Il tempo cambia le cose, e spesso, se lo lasci fare, in meglio.

Illusioni di alternative

Stasera mi è arrivato un messaggio di avvertimento.

Non so se a qualcuno ogni tanto arrivino messaggi così, e non è l’antivirus da aggiornare. A me arrivano. Il messaggio diceva che è bene che io non mi faccia ingannare, di nuovo, dalle illusioni di alternative, nel caso fossi in un periodo in cui dovessi fare delle scelte.

Non ho esitato un attimo perché anche se era un discorso fatto, quanto?, due anni fa almeno?, me lo ricordavo per filo e per segno.

Forse ci avevo anche scritto un post, per dire.

Ho ringraziato, senza cercare di provare al mittente del messaggio che non mi facevo fregare, questa volta. E non avevo bisogno di provarlo a nessuno perché non mi faccio fregare, questa volta.

Non so bene quando sia successo, questo; forse un anno fa, o giù di lì, e non è stato annunciato da squilli di trombe, per intenderci, perché le cose fondamentali a volte succedono da silenziose, ma succedono lo stesso.

Semplicemente, non so bene quando, non so bene come, ho smesso di appendermi a un tempo che non c’è ora e non ci sarà probabilmente in futuro, per alzarmi la mattina. Ho smesso di fantasticare. Di farmi i film mentali in cui arredavo una casa nuova di zecca e ci mettevo dentro i personaggi reali, come fosse un film; ed erano tutti film bellissimi, per altro.

Ora mi alzo la mattina solo per quello che c’è ogni mattina. O che posso fare succedere io, a prescindere da tutto il resto e da tutti gli altri. E, per esempio, ho scoperto che sono un sacco di cose, quelle cose lì per cui mi alzo ogni mattina.

Non dico che sia più bello adesso di prima, sia chiaro. È che è terribilmente più vero adesso, di prima.

E non è un brutto modo per prendersi cura di sé, vivere nella realtà. Anzi, non mi viene in mente un modo migliore.