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di Calexandrìs

Dopo giorni interi di cielo limpido oggi il cielo è grigio e nebbioso e umido e triste.

La gente va teatro a vedere un concerto e muore.

Altre persone, commentando una cosa così incommentabile, invocano la morte di altre persone, perché si sa che se muoiono tutti tutti tutti i cattivi allora il mondo sarà in pace, e noi saremo al sicuro; che è un ragionamento da videogioco spara-tutto, ma, oh, i quarantenni di oggi sono cresciuti con la guerra sulla Playstation, quindi concordano nel dire che il rumore dei proiettili “sembrava rumore mortaretti” e credono che per risolvere i problemi basti annientare tutti gli abitanti di una nazione (o conquistare 24 territori). 

Qualcuno prende sul serio la richiesta di vendetta e attacca i nemici; solo che, fatalmente, in mezzo ci vanno persone innocenti che invocheranno a gran voce più morti, in una spirale senza fine.

Io ho mal di testa, di nuovo, forte.

È lunedì, e mi sono alzata pensando che non vedo l’ora sia venerdì perché ho bisogno di riposarmi, che è un pensiero che odio perché vuol dire che non mi sono riposata per nulla in questi due giorni.

Il primo novembre per la prima volta in diciannove anni sono venuta al cimitero, da sola, e mi sono resa conto che il fotografo che ha ritoccato la tua foto ti ha cambiato il colore dei capelli; così io avevo scelto una foto da viva, e questo cretino l’ha trasformata in una foto da morta. Senza che io me ne accorgessi per diciannove anni, a dire che uno per fare attenzione alle cose importanti ci mette un po’, a volte.

Tu sei morta 19 anni fa, e io proprio ieri avevo bisogno di sapere la ricetta di un piatto che ti veniva benissimo e che mi piaceva tanto quando ero bambina.

E questa cosa, di non poter proprio più chiederti niente, ecco, questa cosa qui continua a fare un po’ male, anche dopo una vita.