Formula magica

di Calexandrìs

Un paio d’ore fa ho avuto un attacco di causticità e puntacazzismo da Guinness. 

Mi è presa una di quelle ire fredde e puntigliose che ogni tanto mi prendono a scuola, una di quelle ire che quando i miei studenti ne vengono investiti si paralizzano per minuti interi.

A scuola mi capita quando qualcuno approfitta di chi è più debole di lui, o quando qualcuno nega l’evidenza, cercando di farmi passare per stupida o credulona, cosa che non sono per nulla; né stupida, né, soprattutto, credulona.

Piuttosto sono diffidente a sproposito, per dire la differenza insomma.

Ma comunque, un paio d’ore fa ho avuto l’attacco di causticità. Che poi a me durano poco anche gli attacchi di causticità, perché lo Spirito mi ha fatto donna che si annoia, e mi annoio di tutto, anche di essere acida, mica solo di fare tutti gli anni Dante.

Quindi dopo un’ora e una passeggiata ho messo in saccoccia il nervoso, e ho mandato un messaggio di scuse, che secondo me la gente sottovaluta quanto sia importante chiedere scusa, che è una cosa che dice anche la Perel per cose grosse, quindi fidatevi, chiedere scusa non è male.

Dunque ho chiesto scusa e poi ho aggiunto una cosa, così d’impulso, che era è mia responsabilità.

E questa frase, mentre la scrivevo, e mentre ne sentivo il suono e il riverbero intorno a me, è scesa su di me come una carezza piena d’amore e ha spazzato via la rabbia, il senso di frustrazione, il senso di ingiustizia, il volere che mi sia data ragione a tutti i costi e tutta un’altra serie di cose che a scriverle sinceramente perderebbero di senso, ma ci sono.

E mentre mi sentivo magicamente in pace, in equilibrio, e in armonia con il mondo, ho capito che il trucco è sempre quello: ricordare che siamo liberi di restare nella vita che abbiamo, o di andarcene, se non siamo felici.

Perché se restiamo in una vita che non ci fa stare bene, non è colpa di chi ci fa stare male; è colpa nostra che non ce ne andiamo.

Io mi assumo la mia responsabilità, e resto.