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Mese: dicembre, 2015

Quante cose mi hai fatto imparare di me stessa, caro 2015. 

Non so se abbracciarti o sputarti in un occhio mentre scivoli via. 

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La cosa difficile di amare una persona è che si vorrebbe avere la bacchetta magica per risolvere i suoi problemi, quando ha dei problemi.

O farla stare bene, quando non sta bene.

La cosa difficile di amare una persona è sapere di non essere onnipotenti, e accontentarsi di fare quello che si può.

Estemporaneo

La cosa che ti frega, del desiderare per un sacco di tempo cose che non puoi avere, è che sei così concentrata sul fatto di non poterle avere, che a un certo punto smetti di chiederti se le vuoi ancora.

E, di solito, non le vuoi più.

(Oggi, parlando con un’amica. A volte sono di una saggezza disarmante)

Il 2015, come da tradizione

Il 2015 mi ha fatto capire delle cose che devo ancora capire se sono importanti, per dire che anno strano che è stato.

Per esempio ho capito che se delle cose brutte capitano a chi ami è come se capitassero a te; quindi ieri cercavo di fare una top ten dell’anno e all’inizio pensavo che dopo un anno così trovare dieci cose belle fosse impossibile, e invece ne ho un sacco di cose belle, ma che hanno un’ombra sopra perché chi amo non è felice, a amare chi non è felice rende difficile la felicità.

Comunque se dovessi dire, da 10 a 1 come è andato quest’anno qui, direi così.

10) Ho preso una certificazione linguistica. Questo non significa che improvvisamente io sappia l’inglese (no, non lo so), ma significa che posso leggere un libro in inglese senza strapparmi i capelli, che posso andare a Londra e capire dove sto andando. E anche quello che sto mangiando. Non capisco se mi chiedono “a lighter”, questo no. Ma solo perché capisco che mi chiedono se ho visto “Eliza” e io non so chi è Eliza. E insomma, ok, è bene lavorarci, sull’ascolto.
9) A 42 anni ho dormito per la prima volta in tenda. E sono stata in campeggio. In montagna. Al freddo. E, oh, ho dormito benissimo, con tanto di cappello di lana. Ho capito cosa significhi davvero sentirsi liberi in un istante perfetto davanti a una cascata, avendo con me tutto quello di cui avevo bisogno, ed essendo circondata da persone che amo. Mi sono sorpresa a pensare “allora è questa la felicità, questa assenza di pensieri di preoccupazioni, di “ma”. La felicità spettina, ma è riposante.
8) Ho imparato che amo il mare. Dopo anni di terrore perché ho questa pelle bianca impossibile, amo stare al sole (poco, con il contagocce, ma mi piace). Mi piace svegliarmi la mattina con il mare davanti, avere giornate davanti in cui l’unico pensiero è decidere se spostare o no la sdraio e fare la paperetta a mollo. Poi, è ovvio che mi piace il mare perché qualcuno mi ha regalato dieci giorni all’Elba e che se vado a Rimini magari il mare non mi piace (ma a marzo sono stata a Rimini e mi è piaciuto un sacco), ed è ovvio che tutta questa gioia fosse legata ad altro, al come, al chi, al dormire abbracciata per tante notti a chi amo. Ma secondo me senza mare è peggio.
7) Sono stata a Londra. Ero una di quelle che non era mai stata a Londra e adesso ci sono stata. Ho fatto Londra in un giorno e mezzo non ho visto niente, ho capito poco; ho capito solo che devo tornarci assolutamente e presto, perché la voglio imparare, Londra.
6) Ho fatto un debutto ai Match di improvvisazione teatrale e ho fatto un punto, tutta da sola. Ho sentito la luce addosso, ho visto le facce del pubblico che sorrideva, ho sentito le grida di incoraggiamento e gli applausi. Faccio troppo poco l’attrice. Dovrei fare molto di più l’attrice. Conservare le energie per fare soprattutto l’attrice. Questa cosa qui me la metto nel 2016, e vediamo come va a finire.
5) Ho tagliato i capelli. A un certo punto dell’anno ho capito che mi portavo dietro troppe cose, che la me interiore non era più quella lì che vedevo allo specchio e ho fatto diventare quella allo specchio come quella che sentivo dentro. Da quel giorno quando mi guardo allo specchio mi dico, spesso a voce alta “sei bella, donna”. E se non è un regalo questo, dico io.
4) Ho perso dei chili. Ho fatto una dieta. Anzi. Sto facendo una dieta. Ho cambiato modo di mangiare. Cucino. Non mangio dolci se non in occasioni speciali. Cerco di andare a lavorare a piedi ogni volta che posso. Sto facendo lezioni di Pilates. Ho ricominciato a praticare con una discreta costanza. Ho preso in mano la mia vita e sto cercando di rispettarla e di farla rispettare agli altri. Questa semplice cosa ha cambiato il Focus della mia giornata, ha modificato il mio modo di pensare. E per un sacco di mesi ha modificato in meglio il mio umore. Insomma, quella cosa della mente sana in corpo sano è vera.
3) Ho passato un weekend a Vienna. Era un regalo di compleanno e doveva essere perfetto. Non è stato perfetto, ma pieno di ombre, ma a Vienna ho mangiato la Sacher e ho fatto l’amore. E mi è parso che sia ricominciato tutto.
2) Ho ricevuto in regalo l’Islanda, che è una cosa troppo grossa da raccontare in due righe. Ma l’Islanda fa piangere, tanto è bella. E secondo me le cose che fanno piangere quando sono belle, nella vita di una persona ci stanno benissimo.
1) Ho perso un anello importante. Ho ricevuto in cambio un anello importante.
Bonus track: ieri la collega sul sostegno nella mia quinta mi ha detto “ormai è tanti anni che insegni; ti piace ancora?” E io senza nemmeno pensarci, con un tempo teatrale perfetto, ho detto “da morire”. Oh, che figata.

Il 2015 è stato anche un anno di grande dolore. Dolore fisico, soprattutto. Di malattia. Di sospetto. Di desiderio di vendetta. Di tentativi (spesso vani) di perdonare. Di gelosia atroce. Di dubbi, di paure, di senso di impotenza. Ognuna di queste cose mi ha insegnato delle cose importanti di me e delle persone che mi stanno intorno che forse non avrei voluto imparare. Ma il bene e il male, la luce e il buio, l’amore e la paura vengono sempre insieme. E imparare questo, forse, è stato il regalo più importante.

Ma, se.

Ma se alla fine, tutta questa battaglia quotidiana per cercare di essere felice o almeno dirlo; se questa fatica per gustare le piccole gioie della vita, pensare i pensieri luminosi, sorridere al futuro, scegliere di essere di buon umore; questo assedio alla me che si sussurra poverina mei pensieri per cacciarla, alla me che si autocommisera per farla smettere perché autocommiserarsi fa venire le rughe; se questa caccia al tesoro della lezione dietro ogni evento, del meno peggio dentro il brutto, del meglio in ogni istante; se questa lotta instancabile, questo lavoro eterno, questa testardaggine di voler stare meglio di come sto fosse solo una inutile perdita di tempo.

Ma se alla fine scoprissi che devo assecondare la mia natura, e pazienza se sono una malinconica depressa pessimista e cinica e abbracciassi la me malinconica depressa pessimista e cinica e le dicessi che oh, va bene così com’è in culo al pensiero positivo e al fatto che dobbiamo essere tutti felici?

Dei segni

Oggi in due circostanze diverse mi è arrivato lo stesso messaggio.

La prima volta il messaggio me lo sono dato io, che raccontavo una cosa di me. Una storia, di me. Condividevo la mia storia, a essere precisa.

Be’, mentre condividevo sono successe delle cose.

La prima è che parlavo di una cosa che mi ha quasi ucciso, e non metaforicamente, o almeno non solo metaforicamente, perché metaforicamente lo ha fatto, in effetti, e mentre raccontavo automaticamente minimizzavo.

Anzi, di più.

Cercavo di essere simpatica. Facevo le battute.

Cazzo, facevo le battute.

Raccontavo una cosa che mi metteva a nudo tantissimo e mentre ero lì mi coprivo di strati e strati di noncuranza e sorrisi e umorismo, e toglievo potere al racconto, perché non mi andava di mettermi a frignare o a compiangermi.

E mentre parlavo mi stavo sul cazzo tantissimo perché non riuscivo a essere sincera; ovvero, sì, dicevo la verità, ma non ero connessa a quello che sentivo. E pensavo che dovrei connettermi, ogni tanto.

Anzi pensavo che le persone che mi erano intorno e che detesto perché sono semplici fino a rasentare l’ignoranza e l’ignoranza quella brutta, quella di chi ha letto solo un libro e lo cita a memoria come fosse la verità assoluta, bene quelle persone lì avevamo due cose che io non ho: la capacità di lasciarsi andare e una fede nella vita che io fingo di avere ma insomma.

E pensavo che dovrei provarci, una volta o l’altra, ad aprire tutte le porte e vedere cosa succede, senza avere un piano B che tiene conto del modo migliore per trovare la soluzione meno peggiore (ok, la sintassi fa schifo ma insomma secondo me si capisce).

Fidarmi. Un po’.

Poi, tornando a casa, ho avuto uno scambio di messaggi con una persona che io reputo una persona bellissima anche se non l’ho mai vista (e dato che la gente mi sta mediamente sul culo il fatto che io la reputi una persona bellissima dice quanto sia eccezionale) e anche in questo scambio è venuto fuori che insomma, potrei provare a lasciare andare le cose come vanno senza passare il tempo a fare il geco che tiene insieme i pezzi mentre sta aggrappato su muri lisci.

Cioè, il peggio che possa succedere e che vada tutto male, ma, dato che non sarebbe la prima volta, alla fine so già che in qualche modo poi le cose sistemano.

E se non ci metto le mani magari si sistemano anche benino.

Quindi devo decidere se la parola del 2016 sarà pace o fiducia, o fluire. O tutte e tre.

E ciao, emme. Grazie.

Il migliore dei mondi possibili

Oggi sono successe due cose.

La prima è che mentre facevo la doccia stamattina, come spesso succede mentre faccio la doccia, per altro, ho pensato un pensiero di quelli che ti svoltano la giornata.

La seconda è che ho iniziato a spiegare Kafka.

Spiegare Kafka è una roba che mi strizza le viscere, perché vorrei mostrare, far intuire la ricchezza di una mente che pensa a Gregor che si trova a essere uno scarafaggio ed è così normale per lui essere uno scarafaggio, perché è stato così a lungo uno scarafaggio anche se aveva la forma di un uomo, che non gli viene in mente di pensare che è assurdo essersi trasformato in uno scarafaggio, ma gli vengono in mente tutta una serie di cose diverse, tipo quanto fosse tardi, cosa avrebbe potuto dire al suo capo, o come si sarebbe dispiaciuta sua madre.

E io vorrei mostrarlo ai miei adolescenti che stanno diventando uomini che devono fare attenzione, perché può succedere a tutti di vivere come uno scarafaggio, senza nemmeno accorgersene, per anni, e per decenni. E poi una mattina ti alzi e hai le zampette, e ci sta che sia troppo tardi per tornare uomini. E dato che glielo dico io, che sono stata uno scarafaggio per anni, ecco, insomma.

E non è un caso che il giorno in cui dovevo spiegare Kafka mi sono trovata a pensare il pensiero della doccia. No, non lo è.

Perché ho pensato che in questo momento qui non ho alternative vincenti, se devo essere sincera, ma che qualcosa, o qualcuno, a un certo punto della vita mi ha insegnato che quando hai brutte carte in mano, quello è il momento in cui si prova il valore di un giocatore, perché a vincere con buone carte sono buoni tutti, ma uscirne anche solo pareggiando con carte difficili, ecco, non è quasi capace nessuno.

E così pensavo che queste carte che ho in mano sono comunque le migliori tra quelle peggiori, e che sono stata brava a essere così resiliente da riuscire a trovarmi con delle carte in mano che anche se non sono quelle che vorrei sono state scelte da me, con gran fatica, per farmi vivere nel migliore dei mondi possibili.

Perché, diciamolo, quando non possiamo farle andare meglio, le cose, almeno dobbiamo essere così abili da farle andare il meno peggio possibile.

E, oh, sono brava. Sono brava.

Dicembre, a sort of stream of consciousness

Così a tradimento è arrivato dicembre che alla fine negli ultimi anni è sempre stato peggio di novembe, che, insomma, ce ne vuole.

Mi sono trovata il primo dicembre che ho molte meno cose di quelle pensavo di avere, e amo molte meno cose di quelle che pensavo di amare. Sono amarezze, ma fanno bene.

Ho passato le ultime settimane pattinando sul filo del rasoio della “povera me” senza mai scivolare di sotto perché ho questo meccanismo che appena mi sento dire “povera me” comincio a fare l’elenco delle cose bellissime per cui ringraziare lo Spirito la Vita e me stessa e sono parecchie, soprattutto da quando ho trovato un rossetto rosso che mi piace da morire, e se pensate che sia facile siete superficiali, sappiatelo.

Ho scoperto che sono ancora quella di un tempo, che non ha un posto suo quando incontra le persone; quella che predilige i rapporti singoli rispetto ai gruppi di amici che mi mettono sempre da parte perché a me stanno sul cazzo gli stupidì, e, drammaticamente, gli stupidi sono più dei non stupidi. E i gruppi sono fatti prevalentemente da stupidi.

Poi stanotte, che non riuscivo a dormire, pensavo che c’è stato un momento magico, alla fine di settembre, in cui invece avevo un posto mio e lo occupavo come fossi una regina, e stanotte, che non riuscivo a dormire, mi sono ricordata che quel posto lì è nella mia pancia, quattro dita sotto l’ombelico.

Solo che non sono riuscita a tornarci, stanotte, che non riuscivo a dormire.

Perché avevo un attacco di invidia livorosa per tutti quelli che hanno una vita stabile e felice, e leggera e senza patemi e senza cambiamenti e che si accontentano e forse non si accontentano, forse sono felici davvero, maledetti loro che sanno essere felici davvero mentre io per essere felice devo sempre fare i salti mortali, e non appena mi distraggo un attimo inciampo ed è un pasticcio.

Perché la mia felicità si fonda sulla tigna di voler vedere solo quello che piace a me e non quello che c’è davvero, che è un esercizio bellissimo, ma quando c’è la bassa marea non avete idea dei mostri che vengono fuori ad azzannarti alla caviglia di notte, non avete idea.

E alla fine pensavo che non ho comunque bisogno di niente e non c’è niente di meglio che io possa avere in questo momento di quello che ho, e forse è questa porta chiusa in fondo al corridoio che mi mette l’ansia addosso che stanotte non mi faceva dormire. 

Perché so che arriverò alla porta e sono piuttosto sicura di non avere le chiavi per aprirla.