Dei segni

di Calexandrìs

Oggi in due circostanze diverse mi è arrivato lo stesso messaggio.

La prima volta il messaggio me lo sono dato io, che raccontavo una cosa di me. Una storia, di me. Condividevo la mia storia, a essere precisa.

Be’, mentre condividevo sono successe delle cose.

La prima è che parlavo di una cosa che mi ha quasi ucciso, e non metaforicamente, o almeno non solo metaforicamente, perché metaforicamente lo ha fatto, in effetti, e mentre raccontavo automaticamente minimizzavo.

Anzi, di più.

Cercavo di essere simpatica. Facevo le battute.

Cazzo, facevo le battute.

Raccontavo una cosa che mi metteva a nudo tantissimo e mentre ero lì mi coprivo di strati e strati di noncuranza e sorrisi e umorismo, e toglievo potere al racconto, perché non mi andava di mettermi a frignare o a compiangermi.

E mentre parlavo mi stavo sul cazzo tantissimo perché non riuscivo a essere sincera; ovvero, sì, dicevo la verità, ma non ero connessa a quello che sentivo. E pensavo che dovrei connettermi, ogni tanto.

Anzi pensavo che le persone che mi erano intorno e che detesto perché sono semplici fino a rasentare l’ignoranza e l’ignoranza quella brutta, quella di chi ha letto solo un libro e lo cita a memoria come fosse la verità assoluta, bene quelle persone lì avevamo due cose che io non ho: la capacità di lasciarsi andare e una fede nella vita che io fingo di avere ma insomma.

E pensavo che dovrei provarci, una volta o l’altra, ad aprire tutte le porte e vedere cosa succede, senza avere un piano B che tiene conto del modo migliore per trovare la soluzione meno peggiore (ok, la sintassi fa schifo ma insomma secondo me si capisce).

Fidarmi. Un po’.

Poi, tornando a casa, ho avuto uno scambio di messaggi con una persona che io reputo una persona bellissima anche se non l’ho mai vista (e dato che la gente mi sta mediamente sul culo il fatto che io la reputi una persona bellissima dice quanto sia eccezionale) e anche in questo scambio è venuto fuori che insomma, potrei provare a lasciare andare le cose come vanno senza passare il tempo a fare il geco che tiene insieme i pezzi mentre sta aggrappato su muri lisci.

Cioè, il peggio che possa succedere e che vada tutto male, ma, dato che non sarebbe la prima volta, alla fine so già che in qualche modo poi le cose sistemano.

E se non ci metto le mani magari si sistemano anche benino.

Quindi devo decidere se la parola del 2016 sarà pace o fiducia, o fluire. O tutte e tre.

E ciao, emme. Grazie.