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Mese: gennaio, 2016

Quella senza.

Sono stanca di essere quella con mille talenti e con una vita che quando stringi la mano dentro non ci rimangono dentro nemmeno le proverbiali mosche. 

Quella che è saggia, e tutti le chiedono consiglio; quella che è efficace, e tutti fanno come dice lei; quella che è forte, e tutti si appoggiano; quella che è assertoria, e tutti scansano le loro responsabilità.

Quella che sa, e allora nessuno pensa che in realtà non sappia niente.

Quella senza direzione, quella senza prospettiva, quella senza discendenza. Quella senza.

Sono stanca di essere quella che tutti apprezzano e vorrebbero accanto, ma che torna a casa, da sola, la notte.

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Cuoricini

Il mio Bullet Journal ha due rubriche giornaliere fisse.

La prima si chiama “Grazie per” e ha il compito di farmi appuntare almeno tre cose di cui essere grata al giorno.

In questo sono brava, che è anni che mi alleno. Sono in grado di ringraziare i giorni di influenza perché mi permettono di guardare delle serie TV, e i giorni noiosi perché posso riposare; i giorni solitari perché posso leggere; i giorni pieni perché ho una vita bella.

Quando proprio non so per cosa ringraziare, ringrazio per la mia salute, o quella di mio padre, per una casa con il riscaldamento, e via così.

Poi ogni giorno c’è un cuoricino. 

Quello è il ricordo del giorno; un modo per tenere traccia dei giorni memorabili, che non sono mai abbastanza.

Da tre giorni vicino al cuoricino c’è il ricordo di una cosa spiacevole, che è quella che ha pesato sulla giornata; e sono le cose che mi hanno impedito di scrivere il post su Venezia, e non si può andare a Venezia senza scriverci qualcosa dopo, no?

Eppure.
Poi, oggi, al caffè, un collega nuovo, neopadre e neoimmesso in ruolo, mi ha detto che non sa decidere se sono una persona molto sola o molto solitaria.

Io, che so la risposta, ho sorriso: con le maschere pirandelliane me la cavo alla grande.

Ho una coperta nera di stanchezza addosso fatta di stanchezza e paura e ansia e preoccupazioni.

Quando sto così non mi godo niente, sono tesa, tutta tesa verso il futuro, verso le cose da fare, verso il mio miglioramento esistenziale (ok, ho 16 anni e sono anche un po’ stupida quando parlo così) perché ho bisogno di sapere che ci sono delle cose sotto controllo.

Non tante, ma almeno posso decidere di non mangiare dolci, o di seguire la dieta, o di andare a scuola a piedi e fingere che questo aiuti la situazione a raddrizzarsi e liberi chi amo dai pesi che porta.

Poi mi prende la sensazione di impotenza del non essere onnipotente, e la sensazione che sia comunque sempre giusto ciò che accade, perché il karma è sempre esatto, e poi mi sento una merda perché io non voglio il karma esatto ma vorrei non karma buono, e accendo candele, convinta che servano, o facendo finta che servano le candele, e l’energia, e l’amore.

E intanto mi disgrego, e lo sento, un pezzo alla volta.

E non ho tempo di occuparmi di me che mi disgrego.

Malinconie inutili di una domenica sera

A volte la nostra vita è come un pezzo di stoffa che si strappa.

Si cuce una volta, due, cento.

Poi succede che la stoffa sia troppo lisa, troppo rattoppata, e così non si riesce a cucire più.

Karma

Ho appena scritto un messaggio in cui dicevo che il destino non sbaglia, è esatto.

La cosa positiva è che l’ho scritto pensando a una cosa che mi ferisce, pensando che me la sono meritata (sì, me la sono meritata perché ho fatto tutte azioni volte a meritarmi quella cosa lì), ma ho contemporaneamente pensato che mi merito tutte le cose belle che ho.

Non è che il karma funziona solo per sfiga. Il karma è meraviglioso perché funziona anche per le cose belle.

Quindi, quando vi accorgete di essere bravi/belli/circondati da belle persone/con una bella casa e altre cose così, non pensate che ve le dia qualcosa che non ha a che fare con voi.

Ve le siete meritate. 

Ditevi bravi.

La donna dentro

Qui sopra, non so quando, ma sono sicura di averlo fatto, una volta ho raccontato di soffrire di dismorfofobia al contrario; ovvero, mi immagino più bella di come sono. Più bella, più magra, più aggraziata, più elegante, più (aggiungere aggettivo qualificativo con valore positivo a piacere).

Poi, nel 2015 ho pensato che ero diventata davvero troppo brutta, da non guardarmi più allo specchio, e non è un modo di dire, quindi mi sono messa a dieta e, l’ho raccontato già, la mia vita è cambiata.

In meglio.

Per dire, oggi sono uscita in minigonna, mi guardo allo specchio e mi piaccio, faccio ginnastica per tonificarmi, rinuncio volentieri a un dolce perché non ne ho più voglia, o, meglio, mangio dolci volentieri quando c’è l’occasione, godendomela, e senza sentirmi in colpa; magari il giorno dopo mangio un pochino meno pane, o faccio una passeggiata più lunga.

E in questo equilibrio meraviglioso, mi sono ripromessa di diventare più ordinata, di curare di più non solo me stessa ma anche la mia casa, le mie mani, i miei capelli, le mie cose.

Ogni tanto ho la tentazione di stirare. Non ci sono ancora cascata, ma secondo me ci siamo vicini.

Poi giovedì comincio un percorso di rieducazione grafica, perché scrivo male, lentamente, a fatica e con dolore. E non so leggere quello che scrivo, per dire quanto male.

E la settimana scorsa parlando con la persona che mi seguirà e mi ha chiesto perché volessi farlo, ho detto d’un fiato “perché dentro di me c’è una donna leggera leggiadra elegante che scrive bene con gli svolazzi, che ha senso artistico, ma è imprigionata in questo corpo pesante, e in questa mano pesante. Voglio farla nascere; o almeno darle la possibilità”. 

Ecco. Forse non è che sono dismorfofobica al contrario.

Forse io potrei essere come mi immagino; devo solo trovare il coraggio di lasciarla uscire, quella bellissima donna lì.

18 gennaio

È bene che la scriva, questa cosa qui, perché sennò poi me la scordo.

Ieri ho cucinato un po’ di roba per tutta la settimana, ho guardato una serie TV, ho letto fino a tardi, ho fatto un piccolo workout, ho messo in ordine le mie cose, ho compilato il mio Bullet Journal, ho trovato delle foto.

Sono stata a casa sia sabato che domenica.

E, per tutto il tempo, ho pensato che faccio una vita bellissima, e ho ringraziato tutto il tempo per poterla fare.

Ecco. Solo questo.

Frammenti

Ieri sera, prima di dormire, mi sono chiesta se avevo messo lo scaldabagno in modalità automatica, mi sono alzata, ho controllato che fosse in modalità automatica (lo era) e sono tornata a letto. E, a letto, ho pensato che è questo essere diventata adulta, che penso allo scaldabagno, alle spese di gennaio, alla burocrazia di casa, alle cose “da grandi”.

Così ho pensato che senza essermene accorta sono diventata adulta, senza avere fatto nessuna delle cose che avrei voluto fare prima di diventare adulta, e che la vita automatica, o la vita, forse, vince sempre, anche contro quelli con il senso pratico dell’esistenza ridotto a zero.
Poi stamattina leggo che è morto David Bowie, che non è che io sia fan, anzi, dovessi dire che conosco le sue canzoni mentirei. Anzi, a essere precisa, le conosco tutte tutte, solo che non ho mai saputo che erano sue, quelle canzoni lì, quindi credo che quando le persone fanno arte davvero succedano cose così, che anche una donna che ha avuto il primo stereo a 16 anni conosce le tue canzoni senza sapere che fossero tue. Vuole dire che non era bravo; di più.

E poi il fatto che io sia una che ha avuto uno stereo in casa per la prima volta a 16 anni dice un sacco di roba della mia adolescenza, dai. No? Dovessi dire perché, oggi, freddamente, direi che è perché vivere in due camere e tinello in 3 o 4 a seconda della salute della nonna anziana, toglie un luogo in cui mettersi ad ascoltare musica. E questa cosa delle due camere e tinello secondo me dice un sacco di roba di me, più della Critica della ragion pura, che a essere sincera forse non l’ho capita mai.

Poi, dormire.

Dormire in queste notti è difficile perché sono a casa chiusa qui a fare letto/divano, divano/letto ormai da dieci giorni, e non sono stanca mai, e poi appena mi sdraio mi vengono in mente altre cose da adulta, nessuna facile, ma tutte angoscianti: veterinario amministratore scuola lavoro medici padre soldi, e non so dove scappare, perché se mi addormento con queste immagini qui, voi capite, vado poco lontano.

E mi sono resa conto, ieri sera, che non ho una fantasia forte in cui immergermi per addormentarmi felice, e mi scopro a fare gli elenchi delle cose che mi hanno portato a essere come sono oggi, con queste cicatrici spesse come pelle di rinoceronte, che ho cominciato ad accumulare nuovamente, sopra altre, profondissime, il 29 dicembre 2013, maledizione a quel giorno, e non ho smesso mai.

Poi i rinoceronti hanno la pelle spessa e vivono solitari. 

Ma se li ammazzi, muoiono lo stesso. Come gli elfi, insomma.*

*che è una citazione, per chi non lo sapesse.

Alla ricerca del tempo perduto

In queste notti ho la febbre, e faccio un sacco di sogni strani, anche molto illuminanti.

Stanotte per esempio sognavo di avere paura che una persona si suicidasse per colpa mia, e vabbè, a parte che nessuno mai si suiciderebbe per colpa mia, questa paura non era mia, ma me la faceva venire mio padre e quindi insomma, è una storia già vista, questa qui.

Sognavo anche il mio gatto ancora vivo giocare con il mio gatto morto, e quello credo sia invece un segno, perché in vita entrambi si picchiavano, mentre stanotte si coccolavano tantissimo, e io so che è ora che D’Artagnan parta per il mondo di arcobaleno, e secondo me Napoleone lo sta aspettando di là.

Poi dovevo fare la foto di una cosa rossa, e invece avevo solo cose arancioni, e insomma, un nervoso.

Ma quello che conta è che in queste notti prima di dormire ho tutta una serie di pensieri tra il serio l’angoscioso e lo sciocco, e stanotte pensavo a quello che dice Rob* e cioè che quest’anno sarà per me come il 2004, ma meglio.

Ma io non me lo ricordo il 2004.

Ecco, ieri, prima di dormire, pensavo che non ricordo come io abbia passato i capodanni del 2003, del 2004 e del 2005.

Gli altri li ricordo tutti, ma di quei tre ho dei buchi grossi così nella memoria.

Non ricordo il dove, il chi, il cosa. Nulla.

E non avevo ancora un blog, e non mi scrivevo nulla, e non so recuperare non solo quei capodanni, ma nemmeno quegli anni lì, di cui ho degli sprazzi (il trasloco, il ruolo, le corse nella notte, le gite in biblioteca, i weekend new age, Rubiana, i caffè al baretto, il 21 agosto 2005, che sarebbe stato meglio non averlo vissuto), ma niente di sequenziale; tutto mescolato come in un grosso calderone pasticciato, da cui traggo talvolta frammenti di insegnamento, ma che non sono la mia storia, perché non l’ho raccontata.

E niente, chissà cosa ho fatto quei giorni lì, che ho perso. 

A essere sincera, mi mancano un po’. 

*Rob è ovviamente l’uomo dell’oroscopo dell’Imternazionale, ma voi lo sapete, vero?

Però

Però c’è una cosa che mi scoccia.

Fino a qualche anno fa mi pensavo ricca. Mi sentivo ricca.

Oggi non più.

Ecco, mi piaceva di più prima.