La donna dentro

di Calexandrìs

Qui sopra, non so quando, ma sono sicura di averlo fatto, una volta ho raccontato di soffrire di dismorfofobia al contrario; ovvero, mi immagino più bella di come sono. Più bella, più magra, più aggraziata, più elegante, più (aggiungere aggettivo qualificativo con valore positivo a piacere).

Poi, nel 2015 ho pensato che ero diventata davvero troppo brutta, da non guardarmi più allo specchio, e non è un modo di dire, quindi mi sono messa a dieta e, l’ho raccontato già, la mia vita è cambiata.

In meglio.

Per dire, oggi sono uscita in minigonna, mi guardo allo specchio e mi piaccio, faccio ginnastica per tonificarmi, rinuncio volentieri a un dolce perché non ne ho più voglia, o, meglio, mangio dolci volentieri quando c’è l’occasione, godendomela, e senza sentirmi in colpa; magari il giorno dopo mangio un pochino meno pane, o faccio una passeggiata più lunga.

E in questo equilibrio meraviglioso, mi sono ripromessa di diventare più ordinata, di curare di più non solo me stessa ma anche la mia casa, le mie mani, i miei capelli, le mie cose.

Ogni tanto ho la tentazione di stirare. Non ci sono ancora cascata, ma secondo me ci siamo vicini.

Poi giovedì comincio un percorso di rieducazione grafica, perché scrivo male, lentamente, a fatica e con dolore. E non so leggere quello che scrivo, per dire quanto male.

E la settimana scorsa parlando con la persona che mi seguirà e mi ha chiesto perché volessi farlo, ho detto d’un fiato “perché dentro di me c’è una donna leggera leggiadra elegante che scrive bene con gli svolazzi, che ha senso artistico, ma è imprigionata in questo corpo pesante, e in questa mano pesante. Voglio farla nascere; o almeno darle la possibilità”. 

Ecco. Forse non è che sono dismorfofobica al contrario.

Forse io potrei essere come mi immagino; devo solo trovare il coraggio di lasciarla uscire, quella bellissima donna lì.