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Mese: febbraio, 2016

Età adulta

Ieri sera, prima di dormire, pensavo che questi anni a Firenze mi hanno cambiato tantissimo.

Sono venuta qui in cerca di una famiglia (e vabbè) che ero morissima, riccissima, con i capelli lunghi, piuttosto in sovrappeso, e con la assoluta necessità di avere qualcuno che si occupasse di me e che mi aiutasse a risolvere i miei problemi.

Avevo anche un bisogno estremo di avere qualcuno a fianco, sempre. Di non sentirmi sola. Di non stare da sola.

Quattro anni dopo, sono normopeso, ho i capelli corti, lisci, biondi.

Mi piace stare da sola; non ho più bisogno di avere qualcuno vicino. Non ho più bisogno di avere una famiglia, né di avere qualcuno che si prenda continuamente cura di me.

Sono quella a cui si chiedono soluzioni. Sono diventata capace di affrontare molti dei miei problemi (non tutti, si sa; ma chi è capace di affrontare tutti i suoi problemi da soli?).

Ieri sera, prima di dormire, pensavo che posso essere fiera di me.

Se ti succede più di una volta il problema non sono loro; sei tu

Stavo chattando con un’amica, di problemi di cuore, che alla fine le mie chat sono come quelle di una sedicenne; si parla, quasi sempre, di problemi di cuore.

E lei mi diceva che ha sempre più o meno lo stesso destino con gli uomini, e non si spiega se ha il lanternino per cercare quelli uguali o se è sfiga, o se è karma o se.

E io ero lì, e a un certo punto ho pensato, e scritto, anche, che anche io ho spesso lo stesso destino con gli uomini; o almeno, che ci sono cose che tornano sempre uguali nelle mie storie.

E così, mentre dicevo a lei che se capita sempre la stessa cosa il problema si potrebbe cominciare a pensare che sia lei, non loro, ho pensato che se mi capita sempre la stessa cosa il problema sono io. Non loro.

Questo pensiero è stato una porta in faccia, piuttosto pesante, perché la cosa a cui penso non è una cosa bellissima; soprattutto non è una cosa che mi faccia stare bene, in un qualunque modo possibile.

È una cosa che riguarda l’essere contenti, così pericolosamente vicino all’accontentarsi, il distrarsi, il sentirsi bella, o donna.

È responsabilità mia.

(Per la prima volta, questo pensiero, che è di solito così liberatorio, non lo è affatto. Pazienza. Sopravviverò.)

La vernice invisibile

Stanotte mi sono svegliata ed ero senza corpo. Fluttuavo con la testa apparentemente sveglia e non sentivo niente di me.

Ho cercato di muovere una mano, ma non la trovavo. Ho pensato che non avere corpo è bellissimo, perché ero così leggera. 

Non mi sono spaventata. È un periodo che mi succede spesso, anche durante la giornata. Sento pezzi di me sparire. A volte la testa, le orecchie, e non so più cosa sto ascoltando. A volte lo stomaco, e non sento la fame. A volte le spalle. A volte, più spesso, i pensieri.

Sono lì, tutta intenta a qualcosa di mio e poi d’imorovviso non c’è più niente. Non mi ricordo cosa stavo pensando, e cosa stavo facendo. Resto qualche istante a cercare di raccapezzarmi, poi scrollo le spalle e vado avanti, a fare altro.

Di solito quei pensieri non tornano più, e magari a volte perdo delle cose importanti, chi lo sa. Io non lo so, ma so che se si perdono le cose significa che non sono così importanti, alla fine, perché alle cose importanti badi sempre, mentre le cose che sono così così le dimentichi in giro, non le pensi, le trascuri. Le tradisci.

Stanotte mentre ero senza corpo, ho pensato che sono mesi che sento questa cosa qui, la sensazione di una vernice invisibile che mi sta cancellando pezzo per pezzo; mi sta cancellando a me stessa, non sento più il mio nucleo, non so mai come sto, non so più cosa siano le cose a cui tengo.

Galleggio.

Gli altri mi sorridono, mi parlano, mi chiedono aiuto; io mi stupisco anche solo del fatto che mi vedano.

Perché io non mi vedo; io, in realtà, spesso, non ci sono.

Lisbona in breve

I portoghesi parlano ligure; fanno finta di parlare una lingua, ovviamente, ma è chiaro che parlano ligure. Non appena mi metto a pensare in dialetto li capisco. 

Il casino è che il dialetto non lo parlo. 
Lisbona è come una donna di una certa età, molto ben tenuta. Da lontano tutto ti sembra bello; poi quando ti avvicini capisci che ci sono crepe ovunque. Così finiscono i grandi imperi. 
Mi chiedo come siano i polpacci delle donne di qui, con tutte quelle salite. E mi chiedo se portino i tacchi. 
I portoghesi mangiano e bevono bene. Benedetti loro. 

Maledetti i chili che mi riporto a casa. 
La visita all’Oceanario mi ha ricordato che ho una forte empatia per gli squali. Stare seduta a guardarli per due ore mi fa mettere quelle due ore tra le meglio spese della mia vita. 
Salire al Cristo Re, in una giornata di vento assurdo che buttava in terra mi ha fatto sentire come se avessi quattro anni. Solo che io a quattro anni ne avevo 40, quindi è come se fosse la prima volta che ho giocato così. 

Sempre al Cristo Re ho fatto una piccola magia; o forse era un miracolo. Comunque sia, qualcosa che stava andando male è andato bene. 
La biblioteca di Coimbra ti fa sentire una formica; il castello di Sintra una principessa della Disney; Cabo de Roca un minuscolo pulviscolo di stella. Avere la metà del coraggio dei navigatori del 1400 renderebbe ogni giornata una giornata semplice. 
I portoghesi hanno una chiara idea di come si costruiscono torri, castelli, chiese, monasteri. 

Poi ci mettono sopra le piastrelline che a volte sono una meraviglia e a volte invece ti sembra di essere al bagno.

Ma oh; non si può essere perfetti. 
Accompagnare venti ventenni che non hanno mai viaggiato in giro è interessante perché è come accompagnare venti bambini: devi fare attenzione che non si perdano, che non stiano male, che non si annoino. 

I miei venti ventenni sono ventenni speciali e hanno trasformato il 90% di questa gita scolastica in un viaggio vero; quel 10% spero possano recuperarlo quando viaggeranno da soli.

E spero lo facciano.

Perché cosa c’è di più bello al mondo?

Partenze

Sono sull’autobus che porta a Pisa, dove prenderò un aereo per Lisbona. 

Mi porto dietro venti ragazzi, la maggior parte dei quali non hanno mai visto niente di più lontano di piazza del duomo. 

Loro sono emozionati, io incredula di prendere un aereo senza avere te dalla parte del finestrino e senza stringerti la mano mentre decolliamo. 

Vado a scoprire se il mondo che vedo senza di te avrà lo stesso sapore di quello che vedo con te. 

Non scrivo mai perché sto aspettando che succeda una cosa.

E no, non sono brava ad aspettare.

Resilienza

Il senso della resilienza è il ginecologo che ti chiede come mai non hai avuto figli e come mai non vuoi provare ad averne uno ora, subito, affrettandosi un po’, e tu che rispondi sorridendo “stranamente nessuno mi ha mai amato così tanto da voler costruire una famiglia con me; non le sembra incredibile?” indossando la faccia da Lady Violet così bene da non farti scalfire nemmeno dal tuo, di sarcasmo.

È aspettare che un bambino arrivi a casa dopo mesi di terapia intensiva e godere della gioia dei suoi genitori.

È leggere dell’ennesima gravidanza di una utente del socialino che faceva parte del team Erode e non aver nemmeno bisogno di mettere in hide il post.

È sapere che la vita avanza, sempre. Per tutti.

È affacciarsi alla finestra e ostinarsi a cercare il quadratino di cielo azzurro in mezzo a tutto il resto, che è nero.

Febbraio, numero 6

Se dovessi definirmi con una parola, in queste settimane userei disgregata.

Ma, per fortuna, nessuno mi chiede di definirmi con una parola; quindi testa bassa e vado avanti. 

(Anche perché: qualcuno ha una scelta diversa?)

PS: ieri sera sono andata a uno spettacolo teatrale che era una commedia drammatica molto bella, e a un certo punto il protagonista, che era Luigi XIV, non uno qualunque, diceva due cose.

Una era “se solo potessi crollare”. E l’altra era un lungo discorso sulla sua ultima vendetta, quella che potrà godersi in punto di morte, quando, aggrappandosi al suo ultimo respiro potrà dire “finalmente muoio”. 

Tutti, alla fine, applaudivano sorridenti. Io, seduta, piangevo come una fontana.

Cose che ti fanno dire “forse non sto tanto bene”

Il medico che mi ha visto oggi mi ha salutato dicendomi “si goda di più la vita”. 

Lezione (che poi lo dicevano anche i tarocchi, di curare l’energia)

Non bisogna mai combattere le battaglie altrui.