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Mese: marzo, 2016

Cosa vuoi fare da grande?

Un paio di giorni fa sul web ho visto la foto di due amici virtuali, di cui ho visto le foto del matrimonio qualche anno fa e del loro primo figlio lo scorso anno, ed era una foto di undici anni fa, con loro giovanissimi (sono ancora molto giovani adesso) e abbracciati ed erano un ritratto d’amore bellissimo.

Così, complice un viaggio in Liguria ascoltando Baglioni, mi è presa una nostalgia terribile per la me che a tredici anni pensava che avrebbe avuto un grande amore che sarebbe durato tutta la vita, con figli e nipoti e pronipoti e la tavola sempre apparecchiata, e le foto felici, i viaggi, i progetti, tutto l’amore che immaginavo.

Invece, pensavo, ho poche foto delle mie vite passate; ogni vita è stata un foglio nuovo, bianco, su cui ho disegnato alla bell’e meglio e ogni vita ha cancellato tutte le precedenti, e mi stupivo di un sacco di cose che ho proprio rimosso dalla memoria, e me ne rimangono solo echi lontani.

Alcune di quelle cose erano belle, eppure non le ricordo quasi.

E pensavo chissà se succede a tutti, oppure le persone sono più sagge di me e riescono a tenere a mente le cose belle della loro vita e ogni tanto ci fanno un viaggio per vedere se i ricordi sono ancora tutti lì o bisogna spolverarne un po’.

È stato con questa nostalgia di tutte queste cose che sono stata al pranzo pasquale, e a un certo punto due persone diverse mi hanno detto in due momenti diversi che sono una persona libera.

È stato bello, sentirlo dire, perché credo che sia molto vero, o comunque mi piacerebbe che lo fosse. Poi però hanno detto che mi invidiano perché sono libera, e io ho pensato alle foto che non ho mai fatto, alla continuità che non ho mai avuto, ai legami che ho spezzato girando pagina tante volte.

E ho pensato che tutto ha un prezzo; e che nessuno mi ha fatto lo sconto.

Buona Pasqua

Quest’anno, dopo quindici anni, a occhio e croce, ho deciso di passare la Pasqua con mio padre.

Recentemente sono sempre stata in viaggio, a Pasqua, e quando non lo ero preferivo deprimermi a casa a non fare un cazzo e piangere che stare con lui.

Solo che mio padre ha 76 anni, e sta invecchiando, e ho pensato che mi girerebbero i coglioni se morisse quest’anno e non potesse dire che ho passato la Pasqua con lui, potendolo fare.

È che quando mia madre si ammalò io ero così intenta a convincermi che sarebbe sopravvissuta che non ho mai pensato di dirle che le volevo bene; anzi, ogni volta che parlava di morte io minimizzavo. Poi vabbè, era un mercoledì ed è successa una cosa per cui non ho potuto più dirle niente (io prima o poi devo raccontarli quei giorni lì, perché non posso dimenticarli e devo parlarne per liberarmene), o almeno qualcosa che capisse, quindi boh, non voglio perdere l’occasione di stare un minuto di più con mio padre, se posso.

Così oggi mi sono smazzata il viaggio, il costo, la coda e lo sbattimento.

Solo che quando sono arrivata l’ho incrociato che andava a fare un’opera di bene ed erano le quattro e mezza, e tre ore dopo è ancora lì che sta facendo un’opera di bene e non è ancora a casa.

È in ospedale con due anziani contadini di qui, semianalfabeti, malati, dispersi in un mondo che non capiscono, e lui è andato da loro perché hanno paura, sono disorientati, e hanno bisogno.

Ed è una cosa molto bella questa cosa qui.

Solo che io sono arrivata in una casa con il riscaldamento spento e il frigorifero vuoto, senza che dentro ci fosse nemmeno un pezzo di pane, e quindi dopo il viaggio le code, il costo, sono dovuta andare a fare la spesa e adesso sono qui che cucino e lo aspetto e ho appena saputo che sarà una roba lunga.

E io non mi stupisco, alla fine, perché a veder bene da quando ho memoria c’è sempre stato qualcosa che veniva prima di me perché era più importante, e io ho imparato che ci sono delle gerarchie e io sono in fondo a tutte le gerarchie, e penso che non è nemmeno particolarmente triste o ingiusto; è solo che non riesco nemmeno più a stupirmi.

Messaggi

Stanotte ho sognato che dovevo andare a un corso di aggiornamento, una roba seria, e già questo dice che è un sogno, ed ero in macchina con un sacco di gente.

Nel sogno avevo fame, e sete, e mi scappava la pipì, ma nessuno dei miei compagni in auto sembrava avere fame, o sete, o un altro bisogno, così pativo e buttavo lì frasi generiche che volevano dire “ehi, fermate questa cazzo di macchina” ma suonavano come “sapete che bere due litri d’acqua al giorno è la cosa migliore per tutti?”, che è una cosa che mi somiglia tantissimo, a ben vedere.

Poi a un certo punto nel sogno mi arrabbiavo perché avevo fame e sete e non dimentichiamo la pipì e insomma, trovavo un chiosco in cui comprare dei panini al pesto, formaggio e pomodoro, ed erano buonissimi.

E mentre mangiavo il professorone su cui volevo fare colpo perché era intelligente e colto e volevo che si accorgesse di me, perché mi piacerebbe essere intelligente e colta, o almeno essere considerata tale, mi aveva guardato e mi aveva chiesto “chi ti fa infelice?”, che suonava un po’ come “dovrà vedersela con me”.

E io riflettevo un attimo, avevo un mancamento al cuore, mi facevo il fiocco alla camicetta – come se io fossi una che mette camicette con il fiocco – e rispondevo “io mi rendo infelice; solo io posso farlo, e infatti lo faccio”. 

Mannaggia, non si sta tranquilli nemmeno quando si dorme, qui.

Oggi pomeriggio ho saputo una cosa sgradevole che dicevano (e dicono) di me delle persone brutte, dentro e fuori.

Poi mi sono venute in mente un paio di cose che alcuni mi hanno fatto e su cui sono passata negli ultimi anni, ed ero lì a un passo dalla sofferenza.

Ma all’ora di cena mio padre mi ha chiesto conferma del fatto che non lo farò diventare nonno. 

E così, ho pensato che grazie alla morte di mia madre, e grazie alla fine del mio matrimonio, e dopo il 2007, e grazie a mio padre e al suo modo assurdo di fare il genitore non c’è niente niente niente che io non possa archiviare con un’alzat di spalle.

E ripeto; niente.

Non c’è nulla che ti dia la misura di quanto puoi fottertene di tutto dell’essere stata fatta a pezzi e non avere avuto aiuto per rimetterti insieme.

Sei stata brava, donna. Continua così. 

 

Roma, già

Quando arrivi a Roma e devi prendere un taxi, dopo averne letto per anni, ti aspetti che il tassista ti tratti male, cerchi di fregarti con le ricevute e ascolti una radio a tema calcio. L’ultima cosa è vera, e il tassista tifava Roma, per la cronaca; per le altre due, prima di parlare male dei taxi a Roma occorre prendere una taxi a Verona. Credetemi, che ci sono stata da poco.

I romani parlano davvero come nei film ambientati a Roma, che è una cosa che io sapevo perché ho una cara amica coltissima a Roma che quando parla sembra uscita da un film di Sordi, ma ogni volta che li sento dire “signorì” mi aspetto una candid camera.

Il Ministero dell’Istruzione è enorme.

Per far capire che è un ministero ci sono interi corridoi chiusi da porte a vetro enormi. Sulle porte c’è scritto IL MINISTRO o IL SOTTOSEGRETARIO DEL MINISTRO o IL GABINETTO DEL MINISTRO. E dietro le porte uffici e uffici e uffici, ognuno con la sua targhetta (ho contato otto “segreteria del ministro”) e tendenzialmente vuoti.

Quelli che sono al ministero e che sono visibili sono piuttosto giovani e carini. Quando ti incontrano nei corridoi ti salutano perché potresti essere qualcuno. Quelli che contano, ovviamente, sono dietro le porte degli uffici; e tu sai che ci sono perché la gente si affaccia e dice “buongiorno Eccellenza”.

Al ministero evidentemente ci sono tantissime eccellenze.

Le stanze sono enormi. Gli arredi sono storici. Le pareti sono tappezzate dei ritratti degli uomini potenti dal regno d’Italia in poi.

Per la cronaca, non ci sono donne.

È evidente, infine, che per lavorare al ministero devi essere capace di dire le cose che si possono dire con sette parole utilizzandone settantamila; non devi rispondere direttamente alle domande; non devi fare affermazioni negative, ma sempre parlare di svolte epocali.

Il posto per me, proprio.

Poi, vabbè, lì fuori c’è Roma. Che è un posto che ovunque ti siedi a mangiare mangi benissimo ed è un posto che mentre lo guardi ogni dieci metri ti senti morire da quanta bellezza c’è.

E mentre ero lì che camminavo di buon passo per il centro di Roma mi trovavo davanti a Trinità dei monti e restavo a bocca aperta; davanti all’Altare della patria e restavo a bocca aperta; davanti al Colosseo, e che te lo dico a fare; davanti alla colonna Traiana che sentivo il cuore in gola; e poi davanti ai Fori, e davanti ai Fori mi è toccato mettermi a piangere, perché io davanti alla bellezza piango.

E poi le chiese, Castel Sant’Angelo, i colli sullo sfondo, il cielo.

Che gli devi dire a Roma, insomma.

Autoritratti

Quando scrivo qualcosa a mano, al netto della mia pessima grafia, non riesco a stare negli spazi. Sono troppo grandi quelli grandi, e sono troppo piccoli quelli piccoli. 

Detesto le righe e amo i quadretti; mi fanno sentire protetta, al sicuro, a casa. Ma ho bisogno di quadretti grandi, sennò soffoco.

Oggi raccontavo a un’amica una cosa che avevo dimenticato: il mio esame di Geografia lo feci il 28 marzo del 1996. Lo ricordo perché telefonai a casa per dire che avevo preso 28 (ed era un signor voto perché la professoressa Sereno era l’incubo di tutte le facoltà umanistiche congiunte), e telefonai da un telefono a gettoni di quelli arancioni che era nel corridoio di Palazzo Nuovo, e telefonai per tirar su di morale mia madre, che un paio di giorni prima aveva scoperto di avere il cancro.

Quell’anno diedi l’esame di geografia alla fine di marzo, ne diedi un altro ad aprile, uno a giugno, ed Estetica il 31 luglio: i miei vennero a prendermi in via Po e partimmo subito per la Liguria. Poi diedi Letteratura Italiana il 27 di ottobre. Saltai la sessione di dicembre e ricominciai con gli esami a febbraio. Mia madre era morta il 16 novembre e io ero stata catapultata in questa specie di strano mondo in cui non riuscivo a concentrarmi abbastanza per studiare.

Ricordo poco di quei mesi, ma ricordo che ero stupefatta. E, a essere sincera, un po’ mi sentivo in colpa di aver perso il ritmo.

Oggi, a pensarmi, poco più che ventenne a studiare mentre il mondo mi crollava intorno, ho capito che era il mio modo per tenere chiusa una porta che se l’avessi aperta mi avrebbe spazzato via. E non ero pronta a essere spazzata via.

Poi quella porta l’ho socchiusa e chiusa un tot di volte. Poi l’ho aperta e ho affrontato la tempesta. 

Ogni tanto vado con il pensiero alla me poco più che ventenne e la abbraccio e le dico che sono fiera di lei e la ringrazio perché se oggi faccio il lavoro che faccio è perché lei ha tenuto chiusa la porta e ha studiato fino alla laurea e fino a vincere il concorso.

E Dio sa quanto ne avrei bisogno ora, di una determinazione così feroce.

Quando sono in un periodo difficile, e non capita raramente, mi compare sempre una persona che ha un problema più urgente o più grosso del mio o che reagisce meno di me. Io mi butto alle spalle il mio periodo difficile e mi occupo di chi sta, almeno in apparenza, peggio di me.

Non è mai successo il contrario, e comincio a sospettare che non succederà finché non avrò chiuso fuori quasi tutti; perché quasi nessuno sa come fare per trovare forza e coraggio e lucidità e risposte, e quindi io non ho mai nessuno a cui chiedere aiuto.

Ho voglia di mettere su un’altra casa, ma ho scoperto, stasera mentre camminavo al freddo, che non ho più voglia di vivere da sola. Per pigrizia, soprattutto. Quindi aspetterò che il destino mi apparecchi un disastro abbastanza grande e che mi rimetta in moto.

Stasera, a meeting, a un certo punto, senza motivo, ho pensato alla mia famiglia. È stato un pensiero così improvviso che mi sono messa a pingere davanti a tutti, che è una cosa che non succede mai, e ho poi fatto un pensiero articolato che più che un pensiero è stata un’intuizione: ci sono persone che hanno il destino di non averla, una famiglia. Io sono tra quelle.

Nessuno dei presenti, presi dalla loro recitazione, si è accorto che mi sono messa a piangere.

Se ci penso bene, questa, che la gente non si accorga di quando piango, è la cosa che mi accaduta più spesso nella vita.

Stamattina ero davanti allo specchio e mi guardavo, con i miei otto chili in meno, il mio taglio di capelli per cui tutti mi fanno i complimenti, il mio trucco ben dato, il mio biondo a cui non rinuncerei più.

E dopo essermi scoperta, incredula, ancora una volta, bella, mi sono detta che non serve a niente.

Lo sapevo anche prima che non sarebbero stati quei traguardi a fare di me una persona felice e soddisfatta, ma un po’, scioccamente, ci avevo sperato.

Sistemare il fuori per sistemare il dentro.

Però ora posso dire di essere una donna bionda, magra, bella e infelice.

Sono soddisfazioni.