Autoritratti

di Calexandrìs

Quando scrivo qualcosa a mano, al netto della mia pessima grafia, non riesco a stare negli spazi. Sono troppo grandi quelli grandi, e sono troppo piccoli quelli piccoli. 

Detesto le righe e amo i quadretti; mi fanno sentire protetta, al sicuro, a casa. Ma ho bisogno di quadretti grandi, sennò soffoco.

Oggi raccontavo a un’amica una cosa che avevo dimenticato: il mio esame di Geografia lo feci il 28 marzo del 1996. Lo ricordo perché telefonai a casa per dire che avevo preso 28 (ed era un signor voto perché la professoressa Sereno era l’incubo di tutte le facoltà umanistiche congiunte), e telefonai da un telefono a gettoni di quelli arancioni che era nel corridoio di Palazzo Nuovo, e telefonai per tirar su di morale mia madre, che un paio di giorni prima aveva scoperto di avere il cancro.

Quell’anno diedi l’esame di geografia alla fine di marzo, ne diedi un altro ad aprile, uno a giugno, ed Estetica il 31 luglio: i miei vennero a prendermi in via Po e partimmo subito per la Liguria. Poi diedi Letteratura Italiana il 27 di ottobre. Saltai la sessione di dicembre e ricominciai con gli esami a febbraio. Mia madre era morta il 16 novembre e io ero stata catapultata in questa specie di strano mondo in cui non riuscivo a concentrarmi abbastanza per studiare.

Ricordo poco di quei mesi, ma ricordo che ero stupefatta. E, a essere sincera, un po’ mi sentivo in colpa di aver perso il ritmo.

Oggi, a pensarmi, poco più che ventenne a studiare mentre il mondo mi crollava intorno, ho capito che era il mio modo per tenere chiusa una porta che se l’avessi aperta mi avrebbe spazzato via. E non ero pronta a essere spazzata via.

Poi quella porta l’ho socchiusa e chiusa un tot di volte. Poi l’ho aperta e ho affrontato la tempesta. 

Ogni tanto vado con il pensiero alla me poco più che ventenne e la abbraccio e le dico che sono fiera di lei e la ringrazio perché se oggi faccio il lavoro che faccio è perché lei ha tenuto chiusa la porta e ha studiato fino alla laurea e fino a vincere il concorso.

E Dio sa quanto ne avrei bisogno ora, di una determinazione così feroce.

Quando sono in un periodo difficile, e non capita raramente, mi compare sempre una persona che ha un problema più urgente o più grosso del mio o che reagisce meno di me. Io mi butto alle spalle il mio periodo difficile e mi occupo di chi sta, almeno in apparenza, peggio di me.

Non è mai successo il contrario, e comincio a sospettare che non succederà finché non avrò chiuso fuori quasi tutti; perché quasi nessuno sa come fare per trovare forza e coraggio e lucidità e risposte, e quindi io non ho mai nessuno a cui chiedere aiuto.

Ho voglia di mettere su un’altra casa, ma ho scoperto, stasera mentre camminavo al freddo, che non ho più voglia di vivere da sola. Per pigrizia, soprattutto. Quindi aspetterò che il destino mi apparecchi un disastro abbastanza grande e che mi rimetta in moto.

Stasera, a meeting, a un certo punto, senza motivo, ho pensato alla mia famiglia. È stato un pensiero così improvviso che mi sono messa a pingere davanti a tutti, che è una cosa che non succede mai, e ho poi fatto un pensiero articolato che più che un pensiero è stata un’intuizione: ci sono persone che hanno il destino di non averla, una famiglia. Io sono tra quelle.

Nessuno dei presenti, presi dalla loro recitazione, si è accorto che mi sono messa a piangere.

Se ci penso bene, questa, che la gente non si accorga di quando piango, è la cosa che mi accaduta più spesso nella vita.