Buona Pasqua

di Calexandrìs

Quest’anno, dopo quindici anni, a occhio e croce, ho deciso di passare la Pasqua con mio padre.

Recentemente sono sempre stata in viaggio, a Pasqua, e quando non lo ero preferivo deprimermi a casa a non fare un cazzo e piangere che stare con lui.

Solo che mio padre ha 76 anni, e sta invecchiando, e ho pensato che mi girerebbero i coglioni se morisse quest’anno e non potesse dire che ho passato la Pasqua con lui, potendolo fare.

È che quando mia madre si ammalò io ero così intenta a convincermi che sarebbe sopravvissuta che non ho mai pensato di dirle che le volevo bene; anzi, ogni volta che parlava di morte io minimizzavo. Poi vabbè, era un mercoledì ed è successa una cosa per cui non ho potuto più dirle niente (io prima o poi devo raccontarli quei giorni lì, perché non posso dimenticarli e devo parlarne per liberarmene), o almeno qualcosa che capisse, quindi boh, non voglio perdere l’occasione di stare un minuto di più con mio padre, se posso.

Così oggi mi sono smazzata il viaggio, il costo, la coda e lo sbattimento.

Solo che quando sono arrivata l’ho incrociato che andava a fare un’opera di bene ed erano le quattro e mezza, e tre ore dopo è ancora lì che sta facendo un’opera di bene e non è ancora a casa.

È in ospedale con due anziani contadini di qui, semianalfabeti, malati, dispersi in un mondo che non capiscono, e lui è andato da loro perché hanno paura, sono disorientati, e hanno bisogno.

Ed è una cosa molto bella questa cosa qui.

Solo che io sono arrivata in una casa con il riscaldamento spento e il frigorifero vuoto, senza che dentro ci fosse nemmeno un pezzo di pane, e quindi dopo il viaggio le code, il costo, sono dovuta andare a fare la spesa e adesso sono qui che cucino e lo aspetto e ho appena saputo che sarà una roba lunga.

E io non mi stupisco, alla fine, perché a veder bene da quando ho memoria c’è sempre stato qualcosa che veniva prima di me perché era più importante, e io ho imparato che ci sono delle gerarchie e io sono in fondo a tutte le gerarchie, e penso che non è nemmeno particolarmente triste o ingiusto; è solo che non riesco nemmeno più a stupirmi.