Come diceva quel tale “quando sto bene non scrivo perché esco”

di Calexandrìs

Non scrivo da un po’.

Di solito quando non scrivo è perché sto bene, e il bene si racconta male.

Invece questa volta non scrivo perché sto troppo male per trovare le parole. Non è un male di qualcosa, ma è proprio che qualcosa si è rotto dentro, questa volta, e le rotture si raccontano malissimo.

Non c’è stato nemmeno un crack; niente.

Una mattina mi sono svegliata che ero così. Mi alzo, faccio cose (faccio un sacco di cose) vedo gente. Mi succedono cose belle, cose così così, non mi succedono per fortuna cose brutte, mangio, leggo, vado a dormire.

Non ho spunti, non ho emozioni che valga la pena di raccontare, non ho energia per programmare niente che non sia fare le cose spendendo meno energie possibile.

Rimando cose che potrei fare oggi, penso a cose che non potrò fare più. Le ho viste scivolare via in questi anni, una dopo l’altra, per un po’ mi ci sono aggrappata, a queste illusioni di alternative che mi tenevano compatta, con un centro, poi ho capito che è meglio non avere niente, rispetto a sperare in una cosa falsa e le ho salutate, scoprendo che sopravviverò lo stesso senza, perché si sopravvive a tutto, anche al deserto.

Ogni tanto mi risveglio e mi sento ingrata nei confronti della vita che mi ha dato è mi dà tantissimo e io non la ringrazio adeguatamente, e non sono nemmeno lì che recrimino, perché non ho nulla su cui recriminare; è solo un momento lunghissimo di vuoto.

La notizia è che non ho proprio voglia di riempirlo, perché sono stanca, sono stufa, sono annoiata.

Si può vivere vuoti, alla fine. Non è un granché, ma sono tante le cose che non lo sono, un granché, e questa non è nemmeno la peggiore.