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Mese: settembre, 2016

Sciocchezze

Ogni tanto capitano cose sciocche che non riesci a valutare se sono sciocche perché ti portano indietro a quando hai preso un treno in faccia e non sai più se la cosa sciocca che è successa è una cosa sciocca o è un treno.

E già il dubbio che sia un altro treno che prendi addosso ti fa dubitare di essere mai uscita da sotto quel treno, il primo, che se ti sforzi ti ricordi anche la data di giugno del 2014 in cui tutto è cambiato, e ti ricordi quanto filo da sutura hai dovuto usare, allora, per rimanere intera, e ora pensi che se le cicatrici si aprono così facilmente allora tutto quel filo è stato inutile, tutto quello sforzo per salvare qualcosa che forse non dovevi salvare perché gli animali feriti devono essere abbattuti se non possono cavarsela da soli. 

E ci sono cose che non passano mai perché non sono mai guarite, perché la verità non è mai stata detta, perché è tardi, perché non sei più ingenua, perché il cuore che batte all’impazzata per il dubbio dice più di te di tutto il resto. 

Respira. Il resto succederà. 

È un periodo che la sera, a quest’ora, mi sento piena di ottimi propositi per il futuro, e di determinazione per il giorno dopo.

Di solito mi passa con la sveglia della mattina. Ma se trovassi il modo di farla restare, oh, se trovassi il modo, niente sarebbe impossibile.

Leggevo una cosa stasera, e ho pensato che girare le spalle e scomparire sarebbe davvero la scelta più giusta.

Sommario

Ieri sera a un certo punto mi sono chiesta “chi comanda nella mia vita?” e ho pensato a questi versi che avevo sentito per la prima volta nel film su Mandela Io sono il padrone del mio destino. Il capitano della mia anima e mi sono sentita per un istante centrata e onnipotente che poi è come vorrei sempre sentirmi: magari non esattamente onnipotente, ma decisamente centrata. 

Oggi ho finito di leggere l’ultimo romanzo di Safran Foer e ne ho sottolineato mezzo; un romanzo così pieno di sofferenza e di accettazione del destino, e di infelicità e di incapacità a essere felici quando invece a pensarci la felicità è una cosa semplice. E questo libro, o almeno interi pezzi di esso, potrei averle scritte io o potrebbero essere gli appunti del mio analista se avessi un analista che invece non ho. Alla fine, insomma, leggevo di tutto questo dolore e questa insoddisfazione e mi sono scoperta a dirmi che non voglio essere così, anche se lo sono più di quanto ho il coraggio e la voglia di ammettere.

Poi nel pomeriggio un collega mi ha fatto presente che sono acida, e in questa sorta di accusa era ovviamente sottinteso tutto quello che pensa un uomo quando dice a una donna che è acida. E io pensavo che non è acidità; è infelicità, probabilmente.

Così pensavo a me e mi pensavo all’interno delle dinamiche che avevo letto nel romanzo e pensavo che come dice Safran Foer se si cerca eccessivamente la felicità si perde la soddisfazione, e io non sono né soddisfatta né felice davvero da un po’, da quando ho capito quella cosa delle illusioni di aspettative e ho smesso di credere alle illusioni.

Solo che a volte quello che c’è nella realtà e non nelle aspettative non è all’altezza; alla fine, forse, è tutto qui.

Inutile 

Non è bastata la mia amica K. Non La Cristoforetti. Ora anche una delle capofila del team Erode.  

Il senso di inutilità prende il sopravvento così, alle 20,13 di una sera di fine estate, una fine estate con pochissime prospettive, soprattutto quelle che vorrei avere. 

Io, la luce che diminuisce, le scelte sbagliate.

Io che spero che esista la reincarnazione per fare meglio la prossima volta, dato che questa volta non sono stata capace. 

Condividere qualcosa con qualcuno che non sa ascoltare è l’azione più inutile che si possa compiere nei confronti di se stessi.

80

Stamattina avevo il collegio docenti, che è stato il peggior collegio docenti del 1 settembre degli ultimi cinque anni, e non ero più abituata a sentirmi a disagio a quel modo lì.

Ma anche se stamattina avevo il collegio docenti che sapevo che non sarebbe stato un paradiso, ma anzi, mi sono presa due minuti per guardare la foto che ho in camera, di te.

È la foto che ho scelto per la tua tomba, perché ridi. Perché sei buffa. Perché sembri un burattino. Perché hai il naso rosso, come me quando sto al sole. Eravamo in Sicilia, io avevo 8 anni e tu 45, direi.

Ci somigliamo tanto, sai. Lo dicono ormai tutti, e la cosa mi lascia sempre un po’ a bocca aperta, perché ho passato tutta l’infanzia e l’adolescenza a sentirmi dire che somigliavo tutta a mio padre. E poi, tac, un giorno scopro che somiglio a te.

Pensavo, anche, che la foto che ho di te, l’unica, è una foto di quando eri giovane. Forse era narcisismo il tuo, che non ti sei fatta fotografare molto, dopo. 

Così ho una foto di te giovane; e di te poco altro a parte la somiglianza.

È da oggi che penso che sono sicura che vent’anni fa facemmo qualcosa di speciale per il tuo compleanno, perché 60 anni si compiono una volta sola, e poi perché se la memoria non mi inganna il 1 settembre di vent’anni fa tu stavi ancora bene, e io non avevo nessun collegio docenti.

Mi piacerebbe avere dei ricordi più precisi, delle foto, qualcosa.

Ma non eravamo una famiglia che si fotografasse, e nemmeno ora lo siamo, quindi tengo quell’unico cimelio come una cosa preziosa, e cerco te nello specchio quando mi guardo, che è il mio modo per tenerti giovane.

Perché resta, anche quest’anno, il conforto di sapere che non compi 80 anni, che sei morta con i capelli ancora folti, le unghie curate, la pelle liscia, un buon odore addosso, non quello della vecchiaia, la voce ferma, il corpo, almeno esteriormente, integro.

Penso alla tua bellezza intatta nei miei ricordi, e mi consolo così del fatto che mi manchi.

Buon compleanno, mamma.