I quattro giorni che ci ho messo vent’anni a raccontare

di Calexandrìs

Mercoledì sera

Avevo una delle prime lezioni di canto della mia vita. Avevo già scoperto di non avere così tanto talento come credevo e come avrei voluto; avevo già studiato Domenica bestiale, e avevo un pezzo nuovo da imparare: Lullaby of birdland.

Dovevo uscire all’ora di cena, e avevo già preparato per lei qualcosa. Non stava mangiando quasi nulla da giorni; era difficile parlarle perché era sempre triste e la lasciai a tavola con davanti una scatola di pasticchine arancione pallido.

C’erano voluti due giorni per ottenere quelle pasticchine, che avevano una ricetta verde scuro che faceva paura e un nome che faceva ancora più paura: morfina.

Tornai a casa la sera tardi e c’era l’abat-jour accesa, come al solito, con sopra un foulard blu per addolcire la luce, troppo forte. Dormivamo insieme da quando era malata; io, lei, la macchina a infusione per la chemioterapia che ogni tanto si bloccava senza motivo e ci svegliava suonando tipo allarme ancitincendio. La chiamavamo “il bambino” perché suonava solo la notte.

Lei era nel dormiveglia e io avrei voluto raccontarle un sacco di cose, e se avessi saputo quello che sarebbe accaduto dopo l’avrei svegliata e l’avrei annoiata a suon di dettagli, ma era stanca e mi disse “ne parliamo domani, adesso fammi dormire”. 

Uno non ci pensa mai che possa succedere di dire “ne parliamo domani” e poi non sia vero. Invece succede.

Giovedì mattina

Saranno state le nove. Dormiva.

Era strano che dormisse, perché a quell’ora era sempre in piedi a cercare di fare colazione, a sistemare la giornata a dirmi cosa avrei dovuto comprare per pranzo.

Mi affacciai più volte alla camera da letto, ma dormiva. Alle dieci provai a insistere a svegliarla, e lei si lamentò perché aveva sonno, era stanca, perché non la lasciavo stare, mannaggia.

Ma il mio compito era tirarla su dal letto, farla mangiare, farla camminare; non farla arrendere. Non avevo avuto altro compito nei sei mesi precedenti e non intendevo smettere proprio allora.

E successe.

Si svegliò, disse che aveva sete; allungò una mano verso un bicchiere che non c’era; lo prese, e non c’era; bevve dal bicchiere che non c’era acqua che non c’era, e disse “come è bello bere quando si ha sete”.

Poi allungò la mano verso dei biscotti che vedeva solo lei e li mangiò con gusto.

Non avrò mai le parole giuste per descrivere il boato che sentii dentro di me.

Telefonai a mio padre che arrivò prestissimo, telefonai al nostro medico che arrivò prestissimo, uscii a comprare, le stupide cose che si ricordano, senza motivo, del prosciutto crudo. Avevo delle calze di lana colorate.

Quando rientrai dalla spesa la trovai nel lettino a una piazza, con indosso il mio pigiama rosa che parlottava dicendo parole senza senso a mio padre. Quando mi vide gli fece segno di avvicinarsi e gli sussurrò all’orecchio “chi è quella signorina con quelle calze buffe? Io non le metterei mai”.

Non mi avrebbe riconosciuto più.

Il medico arrivò, la visitò, venne da me in cucina. Io ero seduta sulla penisola in muratura; mi disse che era questione di giorni, disse “anche se la portassimo in ospedale a 8000 calorie non servirebbe a niente; devi prepararti”. 

Feci per mettermi a piangere e lui mi gelò: “non è il momento per frignare; ci sono delle cose da fare”. 

L’ordine fu così perentorio che non piansi per cinque anni: c’erano sempre delle cose da fare.

Giovedì pomeriggio, venerdì, sabato

Avere a casa una persona che sta morendo è una cosa strana. La gente arrivava, si affacciava, la salutava, lei non li riconosceva; venivano in cucina, io preparavo il caffè (quanti caffè si preparano mentre la gente muore, uno non può averne una idea) la gente piangeva, se ne andava.

Io restavo. 

Ogni tanto mi affacciavo, cercavo di farla bere (mio padre aveva deciso che non potevamo farla morire di sete ma farla inghiottire era un incubo), stavo lì seduta qualche minuto, controllavo respirasse. Lei si guardava intorno, vedeva cose che io non vedevo, diceva cose che non capivo, parlava con persone che non c’erano.

Riconosceva solo mio padre, e nemmeno sempre; riconobbe la sua amica di infanzia che, malata di sclerosi multipla, venne apposta da Milano per vederla ancora una volta. Riconobbe sua cugina e fece finta di dormire quando sentì che stava arrivando “non ho voglia di parlarle” disse. Probabilmente fu il suo ultimo atto di volontà: scegliere di non parlare con chi non voleva parlare.

Come diventano sincere le persone che stanno morendo.

Mentre si aspetta che qualcuno muoia succede che ci si abitua e si comincia a pensare che possa non morire mai. Che possa continuare a respirare e bere dal cucchiaino per giorni, settimane, mesi.

Invece a un certo punto il respiro si fa meno profondo, più rumoroso, e quelli che sanno cosa vuol dire veder morire una persona ti dicono che ci sono delle cose da fare. Ci sono sempre delle cose da fare, scegliere la biancheria e il vestito per vestirla, per esempio, e poi c’è da aspettare.

E in mezzo alla notte, mentre per fortuna di là con lei ci sono persone che sanno accogliere la morte meglio di come sai fare tu, che non lo vuoi fare, senti la gatta che si mette a gridare e sai che sta succedendo qualcosa e poi ti arriva la voce di chi ha raccolto il suo ultimo respiro che ti dice “ora sta bene”.

E tu sei contenta che sia finita, perché questa cosa qui deve finire, prima o poi, e sei sicura che ora stia bene, e sei convinta che adesso starai bene anche tu, che non avrai più il nodo in gola quando non mangia, che non dovrai più pulite l’accesso venoso per la chemioterapia, che non dovrai più aiutarla ad alzarsi, litigare con lei perché non vuole uscire e invece deve sforzarsi di muoversi, telefonare all’oncologo che non ha mai notizie buone da darti. 

È finita con le corse in ospedale, con le attese infinite per le terapie, puoi ricominciare a studiare, puoi smettere di fare l’infermiera.

Se ti dicessero che vent’anni dopo ti manca ancora così tanto non ci crederesti.

Ma non te lo dice nessuno. E, in fondo, è meglio così; perché se te lo avessero detto, che vent’anni dopo ti manca ancora così tanto, non avresti fatto un sacco delle cose, importanti, che “ci sono da fare”.