Bersani, Samuele

di Calexandrìs

Oggi andando a scuola nell’Ipod passava Bersani, e mi sono sorpresa con un pugno di angoscia in mezzo allo stomaco, e mi sono ritrovata giovane – tanto più giovane di ora – quando ancora in testa avevo il futuro e lo aspettavo con ansia, pensando e immaginando come fosse avere il nome sul citofono.

E poi d’un tratto mi sono resa conto che ho il nome sul citofono da un bel pezzo, e ho avuto una casa mia, e altre case, un po’ mie e un po’ no, e mi sono trovata a piangere, perché la vita è andata proprio diversa da come mi immaginavo, e la maggior parte delle cose sono già passate, e non saranno più diverse da così. Non in quel modo lì, per intenderci, perché diverse lo saranno per forza.

E ho pensato che da qualche giorno ho una app che si intitola Track your happiness che è una app che a tradimento ti chiede come stai, che stai facendo con chi sei. E te lo chiede in momenti diversi della giornata, ma più volte.

La cosa interessante è che se guardo le mie risposte, e sono tutte sincere, viene fuori un quadro positivo di me, eppure io non mi sento né bene, né posso definirmi soddisfatta, o minimamente felice. Ma ho imparato, e me lo ha insegnato David Foster Wallace in Infinite Jest che il tempo va diviso in unità sempre più piccole, per renderti la vita sopportabile, e lo faccio così bene, e così da tanto tempo, che ho sempre istanti perfetti: è quando li guardo insieme, che ne viene fuori un quadro fosco.

Ma io non li guardo mai insieme, perché lo so, che fine si fa a guardarli tutti insieme. E, infatti, David Foster Wallace non è più qui da un sacco di tempo.

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