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Mese: febbraio, 2017

Poi una si chiede come mai è fatta come è fatta

L’altra sera ero a casa di mio padre che si lamentava dei suoi acciacchi di vecchiaia, del tempo che si assottiglia, della morte che arriva, del sentirsi vecchio ogni giorno di più.

E io gli ho detto che capivo il fastidio, il dolore e la paura, ma che è destino degli uomini; che anche io, che sono prossima ai 44 anni mi sento invecchiare, sento che non posso più fare tutto quello che voglio nella vita (quanto non posso lo sento nelle ossa ogni mattina e quanto mi sento vecchia lo sento nei progetti che ho smesso di fare), che sono più stanca, più debole, mi ammalo di più, ho dolori che non ho mai avuto prima.

E lui mi ha risposto: “ma a me non importa della tua vecchiaia, o dei tuoi disturbi o dei tuoi problemi. A me interessa solo dei miei; degli altri non mi importa affatto”.

Poi ok, io ci ho fatto una battuta cinica, ma il punto è che – come spesso mi succede – non sono rimasta particolarmente ferita, perché ho sempre saputo, intimamente, che era così, anche quando non era anziano e acciaccato ma era giovane e in forze.

Poi a volte mi chiedo perché ho certi schemi, perché non mi stupisco di nulla, perché sono disincantata, perché sopporto il disamore, perché mi sembra normale e non mi aspetto invece il contrario. Perché se finalmente lo ha detto, chissà quante volte lo ha pensato e io l’ho sentito, che era così.

Spero solo di non essere come lui, ecco. O forse sì, che è più facile.

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Il bene e il male

Sono successe una serie di cose bellissime, accompagnate da una serie di cose bruttissime, e quindi non sapevo cosa scrivere perché non potevo lagnarmi perché ero anche felice, ma non potevo dire di essere felice perché avevo un pugno in mezzo al cuore.

Brevemente funziona così.

Mi hanno fatto una bellissima proposta di teatro, che ho accettato, e poi l’hanno ritirata, senza motivi espliciti lasciandomi il dubbio che fosse un complotto o fossi incapace. Solo che io ho la sindrome dell’impostore, quindi direi che sono incapace e vabbè, amen, d’altro canto non lo faccio mica di mestiere.

Ho fatto un musical tutto improvvisato ed ero felice come una pazza felice, ma alla fine del musical e degli applausi ho scoperto che il mio gatto, il mio compagno di vita più fedele, quello con cui sono stata più tempo, era entrato nel blocco renale che lo ha fatto morire due giorni dopo. La felicità è evaporata, senza lasciar spazio al lutto, perché il lutto e la felicità per il musical si accoppiano male.

Ho una tazza con la mia foto sopra, sono andata a Trieste e mi sono sentita brava bella e intelligente, e per un istante ho pensato che potrei usare quelle cose lì per fare altro, ma poi mi sono ricordata che non so fare quelle cose lì e che non sono adatta ad altro; quindi lunedì sono entrata in classe come se niente fosse, facendo l’unica cosa che so fare, che è sembrare brava bella e intelligente a degli adolescenti, che, lasciatemelo dire, è facile, davvero.

Sono stata a Trieste che non c’ero mai stata, e ci ho incontrato gente del FriendFeed, che sarà per sempre un po’ la mia famiglia dispersa nel mondo, qualcuno con cui prendere un caffè e parlare una lingua che capiamo solo noi. Ma l’ho fatto da sola, dormendo in un letto King size in cui ho avuto sempre freddo, ed ero sola perché qualcuno ha scelto per me delle cose, e non sono le cose che ho scelto io, ma io rispetto le scelte di tutti: solo, mi allontano quando mi faccio troppo male, e mi sono fatta troppo male, davvero.

Ho guardato una puntata di Gilmore Girls, e Lorelaii diceva I want to want you. E io ho pensato che il mio problema è che quella frase non è mia. La mia è I want you to want me, e non funziona, oh, se non funziona.

E quindi niente, seguo la lezione di DFW, accorcio ancora il tempo fino ad arrivare al secondo, e sto bene. 

Sto bene davvero.

Post ad andamento circolare

L’energia in teatro è tutto ed è un periodo che niente, non scorre. Sono goffa, non riesco a stare attenta, non sono brava, non mi diverto nemmeno, perché per divertirsi bisogna stare bene e su, non sto bene. Da un po’. Un po’ piuttosto lungo.

Diffidare di persone di cui dovresti fidarti perché hai scoperto che sono inaffidabili è stancante.

Non sopporto le critiche, soprattutto quando sono giuste; cerco di accettarle e invece mi autogiustifico (detesto autogiustificarmi) e ci resto male. Ho questo continuo bisogno di sentirmi dire brava, anzi di esserlo, brava, che mi guasta il sapore delle cose quando non lo sono. Ed essere bravi sempre non si può. O forse non sono capace io.

Stasera mi hanno detto che ho dentro un immenso centro di controllo, e che dovrei lasciare andare, perché non mi diverto, non me la godo, mi perdo delle esperienze.

Sono anni che me lo dicono, e più me lo dicono più il mio controllo si affina, perché lasciar andare è difficile, e non so proprio farlo, tipo mai. (E io lo so che è mai, quanto è mai)

E il control freak prende malissimo le critiche e si torna da capo.

Dei cambiamenti

Quando a inizio 2017 chiedevo un anno di cambiamenti, sottintendevo che fossero positivi.

Ma, come tutte le cose positive, non vanno mai sottintese.

Così mi trovo qui, affacciata a vedere il mio gatto che muore lentamente, la mia casa che forse dovrò lasciare, le persone vicine che stanno male.

E non posso fare altro, se non mettere della bella musica nell’Ipod, camminare più che posso, sorridere al cielo, sperare di uscirne indenne, senza dolore insostenibile.

Non è facile. Non ci sono mai cose facili.

Le cose che mi commuovono, puntata ennesima

Hanno iniziato Cristina e Burke, non sposandosi, ormai, che ne so, saranno dieci anni fa. Io ero a casa, un pomeriggio che ero malata, con la stagione scaricata su un PC portatile piccolissimo e scrauso ed ero tutta contenta che Cristina si sposasse (perché il mio eroe era Cristina non Meredith la lagna) con Burke, e lui non si presenta al matrimonio.

E lì, io che non piango mai, o comunque poco, mi ricordo che cominciai a piangere e disperarmi perché in quel momento Burke stava abbandonando me, e lo stava facendo con una scusa orribile, che pure poteva sembrare valida. Per dire che gli stronzi sanno sempre come fare, anche.

Negli anni ho poi scoperto che piango per tutti i servizi sui vigili del fuoco che salvano persone dalle macerie e quando li hanno salvati gli dicono bravo, come se non fossero loro, quelli bravi ad averli salvati.

E piango per le nonnine che dicono cose sagge alla TV e soprattutto per quella signora anziana, di cui si sentiva la telefonata che diceva che lei voleva spedire i tortellini ai Vigili del fuoco, perché loro stavano salvando delle vite ed era domenica e la domenica vanno mangiati i tortellini.

E piango per i video di una TV Danese che fa esperimenti sociali raggruppando le persone con criteri diversi da quelli che usiamo di solito e così le persone scoprono che quelli diversi da loro hanno delle cose in comune con loro anche più importanti di ciò che li definisce diversi.

E, infine, piango alla fine della sesta serie di Gilmore Girls, quando Lorelai dà un ultimatum a Luke e lui dice che le ha solo chiesto di aspettare, e lei dice “I have been waiting for months. Now or never”. E lui tace.

E piango soprattutto quando il giorno dopo lui va da lei e le dice che ha ragione e che possono scappare e stare insieme tutta la vita, e lei ha già aspettato troppo, perché esiste un troppo, anche mentre stai aspettando, e in ogni puntata della sesta stagione si vede Lorelai che diventa sempre un pochino più triste mentre lo aspetta, e lo guarda e gli dice “No. I’m over”.

Che è una frase corta corta che nella mia testa suona come il game over dei videogiochi di quando i videogiochi andavano con le 200 lire e quella cazzo di rana cadeva dal tronco ed erano le ultime 200 lire e non ne avevi altre e dovevi smettere di giocare.

È sempre così incredibile, che una frase corta così possa farti piangere così tanto.