Sommario

di Calexandrìs

Questo weekend sono stata a Torino e ho patito il cielo grigio e il freddo e la periferia; a dire che insomma mi sono abituata a Firenze, che non è casa, ma a tratti è meglio. 

Poi non sempre, ma tant’è.

A Torino ho regalato a un bambino i dadi delle storie, e così ho passato due ore a inventare storie, e ho scoperto che a furia di improvvisare ho imparato a raccontare storie, e bene, che mi pare una bellissima competenza se uno ha dei bambini sotto mano.

A Torino ho scoperto – ma poi magari mi passa – che il dolore dei figli che non ci sono stati è andato via, per far posto al gusto di essere libera e fancazzista. Ho tradito il mio dettato biologico, ma ho guadagnato una vita comoda (di cui da vecchia mi pentirò, ma magari non divento vecchia, quindi chissà).

Questa cosa dei figli è emersa mentre scendevo in ascensore (e Freud direbbe che non è un caso, così a occhio) e ho pensato che sono stata abbastanza brava a restare, anche quando faceva malissimo, al di qua dell’ossessione, e a ricordare in ogni momento che i figli sono progetti e non qualcosa di tuo da prendere su uno scaffale quando hai voglia.

E sono stata brava a capire che non ci sono mai stati gli estremi, anche quando sembrava che ci potessero essere, così per miracolo, un giorno, chissà quando, perché era bello dirlo.

A Torino ho camminato molto, ho mangiato il primo gelato della stagione, ho speso soldi che non dovevo spendere (ed è bene che smetta di spendere del tutto, a meno che non sia assolutamente necessario, perché il futuro è grigio) e ho pensato che questa testa che funziona bene è una grande benedizione.

Anche una grande maledizione, in effetti; ma si sa che è sempre così.

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