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Categoria: Autoritratti

Il grande boh

Ieri è successa una cosa che è una cosa da niente che però mi ha fatto pensare molto.

La cosa è che io e uno studente – che non sopporto – un paio di settimane fa abbiamo avuto uno scontro un po’ rude. Lui mi accusava (come spesso ha fatto nei quattro anni da che lo conosco) di una cosa falsa, e io per la prima volta in quattro anni da che lo conosco invece di usare il tasto “diplomazia” ho usato il tasto “dire le cose come stanno” (che, tra parentesi, non andrebbe mai usato, ma pazienza, non è che siamo perfetti sempre).

Il tasto “dire le cose come stanno” è molto efficace; anche troppo a essere sinceri. Ma mi ha messo in una situazione di equanimità e pace nei confronti di questo ragazzo (20 anni compiuti, non esattamente un ragazzino) che non avevo mai provato prima.

Bene, ieri mi chiede di parlarmi dopo le lezioni, io mi fermo, e lui è tutto un “sento che il nostro rapporto si è incrinato”, non esattamente con questo tono, perché insomma, però il senso è quello.

E dentro di me c’era tutto un enorme WTF perché io non ho mai pensato a questo figlio come uno con cui io avessi un rapporto speciale: è uno di quelli che ho in classe, che interrogo e a cui spesso do dei brutti voti, che, come dicevo sopra, nemmeno mi piace troppo per una serie di motivazioni che povero non riguardano nemmeno lui ma come è stato cresciuto, tutto pane e lamentela e paranoia e ingiustizia della vita.

Comunque da brava con il tasto diplomazia su on l’ho rassicurato e l’ho congedato con parole di incoraggiamento sul futuro, che quest’anno ha l’esame e non è messo bene bene, diciamolo.

Poi ieri sera correggevo un compito di un altro, che è in crisi nera (se hai 19 anni e non sei in crisi nera fatti sentire perché qui il dramma adolescenziale è sempre dietro l’angolo), e ha preso un voto altissimo e così ho preso una mail e gli ho scritto che ha preso un voto altissimo, perché istintivamente mi pareva una cosa bella da fare per uno che è in crisi nera.

E infatti lui mi ha risposto tutto felice, più per la mail che per il voto, mi ha scritto, e quindi nulla, anche lui si è sentito speciale.

E così mi sono resa conto che forse l’unica cosa che so fare a scuola è che faccio sentire speciali le persone, anche quando a volte non è vero, e devo essere brava a fare quella cosa lì perché tutti si sentono speciali e a volte è solo perché ricordo delle sciocchezze inutili che però sembrano importanti.

E mi chiedevo se fare bene le cose sia tutto lì, far sentire speciali le persone, e mi chiedevo che costo abbia questa cosa qui, e se abbia senso far sentire speciali persone che in realtà non lo sono per me solo per farle stare bene.

E io non ce l’ho questa risposta qui.

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2017 in breve

Il 2017 è stato un anno strano: avevo cercato di scrivermi tante cose per ricordarle tutte, ma poi la vita, si sa, va così veloce che ricordare è difficilissimo.

Però, in ordine sparso.

Il 2017 è l’anno in cui ho cominciato a vedere: ogni volta che ci penso, che sto guardando questo schermo senza indossare gli occhiali, e nonostante non li indossi vedo perfettamente, mi viene un po’ da piangere. Così vado in giro con il naso per aria e guardo le cose, le tegole, gli uccelli, i comignoli, le banderuole, il cielo, le foglie. E alterno sorrisi a lacrime, di commozione.

Il 2017 è stato anche l’anno in cui sono stata tantissime ore sul palco: mi piace, tanto, tantissimo. Mi piace sempre di più, anche.

Il 2017 è stato l’anno in cui ho smesso di dimagrire; anzi. Riprendere a dimagrire è uno degli obiettivi del 2018 (che novità eh) perché voglio di nuovo sentirmi leggera e bellissima.

Il 2017 è stato di nuovo l’anno di un viaggio: non il viaggio perfetto, non la svolta della vita, ma un viaggio che mi ha insegnato l’oceano e mi ha insegnato che ho bisogno di mare e di un’isola.
Li voglio; li avrò.

Il 2017 è stato l’anno in cui non ho studiato – e avrei dovuto – in cui mi sono iscritta a un concorso per cui avrei dovuto studiare, è stato l’anno in cui ho scritto un libro intero, in cui ho ricominciato a lavorare fuori dalla scuola, in cui mi sono tinta i capelli di blu, e poi di bianco, e poi li ho tagliati, e poi ho smesso di fare shopping, e poi ho ricominciato a fare uno shopping matto e disperatissimo, in cui ho letto più di 50 libri, ho guardato un sacco di serie TV, tutte in inglese, capendo ogni tanto una parola in più, in cui sono uscita poco, ma anche tantissimo, ho fatto almeno una foto tutti i giorni, non ho meditato quasi mai, pregato pochissimo, risparmiato zero.

Il 2017 è stato un anno poverissimo e ricchissimo; sono stata tanto felice e anche triste in modo assoluto; mi sono sentita sola come raramente mi è successo nella vita, e ho scoperto che ho un destino che dice che starò da sola, e amen, che devo fare, mica posso costringere qualcuno a stare con me.
E le svendite dei principi azzurri non le fanno più, diciamolo.

Il 2017 è stato l’anno in cui è morto il mio gatto, che era un po’ il mio angelo custode, e quindi sono senza angelo custode, e ho deciso che non voglio più vedere morire chi amo, e quindi adesso che mio padre si è ammalato non mi piace per niente, sopratutto perché sono senza angelo custode, e come si fa; in cui non ho fatto gli auguri di compleanno all’uomo a cui ho fatto sempre gli auguri di compleanno in questi anni anche se non lo vedo dal 2012, e sono passati anni, e ho capito che il tempo ammazza tutto, anche l’amore immenso che sembra non finire mai, dal momento che non mi ricordo quasi più quello che è successo, in quegli anni lì, che sono stati tanti e sembravano indimenticabili.
E invece.

Nel 2017 ho concluso molto ma come al solito mi pare di avere concluso troppo poco, e del 2017 ricordo molto i giorni bui e pochi quelli luminosi, perché senza ricaptazione della serotonina io sono una che ricorda le cose buie, non quelle luminose, però ne ho scritte un tot (ho smesso, poi, d’un tratto, a settembre, perché sono fatta così, a settembre già cambia l’anno) e ogni tanto le guardo, così mi ricordo che il 2017 è stato un anno ottimo, perché sono stata soprattutto bene di salute, e non è poco, a parte i piedi, ma questa cosa dei piedi va risolta dentro il cuore, non con i plantari.

Nel 2017 sono stata ancora innamorata; così tanto che mi resta ancora un po’ di speranza per il 2018, anche se insomma, ogni anno è un po’ più difficile, va ammesso.

Nel 2017, ancora, ho amato follemente il mio lavoro, che sono io.

Nel 2018, vediamo di fare meglio.

Naturalmente

Sarà che è novembre, e che ieri sera ero stanca, e faceva freddo fuori ma caldo in casa, così caldo che il piumone era troppo e non riuscivo ad addormentarmi e stamattina mi sono svegliata alle sette, che non è da me.

Sarà che è novembre e la testa va troppo veloce tra le scadenze, l’agenda da tenere a mente (ma perché poi) le cose da finire entro la fine dell’anno, i mille modi in cui sono in ritardo quest’anno scolastico, la depressione un pochino, che a novembre ci sta.

Sarà che è novembre, che ho fatto un sacco di spettacoli, che il pubblico è sempre quello che è e mai quello che vorrei, che mi pare che grossolanamente mi stiamo scippando un sogno, piccolo, ma sogno, che detesto i sogni scippati.

Sarà che è novembre, ma ieri sera sono andata a letto e mi sentivo così orrendamente vuota, senza energia, con il miele finito – finito da un pezzo, saranno anni – e nessuno che riempie di nuovo il barattolo, e tutto lo squallore, e tutta la tristezza, e tutta la mediocrità di tutto questo, i colori non più brillanti, la solitudine che mi avvolge, e io che non ci credo più. Ma nemmeno me lo racconto, che ci credo ancora.

Ma non sono io. Deve essere novembre.

Naturalmente.

Trovare un senso, dare un senso

Tanti anni fa guardando una puntata di un telefilm che non guardavo e che non ricordo, avevo sentito questa meraviglia:

“Il senso non è qualcosa che si trova; il senso è qualcosa che si dà “.

E per anni ho dato testardamente un senso a tutte le cose che mi accadevano, perché io sono una che ha bisogno di trovare sensi: e avevo trovato la scusa per darne quando non ne trovavo nelle cose che avrei voluto le avessero.

Anni dopo, sto cercando di imparare che le cose possono non avere un senso, e sto cercando di smettere di cercare, che non è facile ma si fa, e sto cercando di smettere di inventare, che è più difficile.

Perché chi ha bisogno di un senso in tutte le cose è una persona destinata all’infelicità o a farsi suora.

E io per la seconda cosa ho già perso l’occasione.

Vedere lontano 

È successo che il 26 di settembre ho fatto l’intervento per la riduzione della miopia.

Ora mi affaccio alla finestra e guardo. Cerco di guardare lontano.

Al di là della meraviglia, delle cose che non avevo mai visto, di quelle che non avevo mai notato, della stanchezza, delle medicine da mettere ogni momento negli occhi, del timore di ricominciare a non vedere, la cosa più rilevante è che in questi giorni non ho paura del futuro.

Guardo lontano, e vedo qualcosa: sembra poco. E invece.

Chiudere

Sono successe delle piccole cose che hanno buttato della sabbia in mezzo a ingranaggi che erano oliati benissimo.

Parole dette al momento sbagliato, parole sbagliate dette al momento giusto, parole giuste non dette nel momento giusto.

Niente di grave; sabbia, appunto.

Basta mettersi lì e spazzarla via; non ci vuole nemmeno troppo impegno, perché sei una che ha tirato via a mani nude intere montagne di roba detta male o non detta ma fatta peggio.

Hai ancora le cicatrici sulle mani, ma sei fiera di averle tolte di mezzo quelle rocce lì, davvero.

Ma la sabbia è noiosa, come un sibilo insistente, il ronzio di un insetto odioso, qualcosa di cui non hai voglia di occuparti aspettando che passo da sé: gli insetti escono se lasci le finestre aperte, anche la sabbia se ne andrà e smetterà di bloccare la macchina, se lasci passare abbastanza tempo.

O forse no, ma non hai più voglia di pulire.

Vuoi solo che gli altri smettano di sporcare casa tua; perché non la meriti più questa cosa qui, che la gente non fa attenzione quando parla con te.

Così chiudi le porte e le finestre e ripulisci tutto finché nemmeno ti ricorderai le cose che hai sentito.

Ma, soprattutto, chiudi tutto perché nessuno possa mai più permettersi di dirti la sbagliata.

Il mio piede sinistro

Cominciò tutto quattro anni fa.

Io, che portavo senza dolori o fastidi o problemi alcuni sia i tacchi alti che infradito, durante un viaggio in macchina da passeggera incastrai l’alluce del piede sinistro non so bene dove e lo tirai verso l’esterno. Mi fece male, lì per lì, ma non ci feci molto caso.

Quell’anno ballavo. Ballavo di nuovo dopo tanti anni e ballavo la salsa su tacchi vertiginosi e scarpe strette. Dopo quel piccolo incidente ballare divenne un problema: c’era un singolo movimento che mi dava scosse al metatarso.

Ma ballavo, mi piaceva, mi veniva, me ne fregai abbastanza.

Continuai a usare i tacchi, ma abbandonai le infradito: da quello “stiramento” in poi anche la minima apertura dell’alluce mi faceva male.

L’anno continuò con me che avevo il piede sinistro con un movimento impossibile da fare al punto che risolsi di comprare scarpe da ballo più basse.

L’estate successiva, padrona da poche ore di un paio di sandali da urlo che usai tutta una giornata, mi trovai la caviglia destra gonfia come un pallone.

Nessun dolore, nessun altro sintomo.

Mi feci vedere dal medico (secondo me non è nemmeno tanto gonfio) dal fisioterapista che mi trattò ottenendo solo che il gonfiore si spostasse dalla caviglia a tutto il piede, da una podologa, che mi consigliò degli esercizi di propriocezione.

Così avevo un piede che mi faceva male, all’improvviso, e un altro che si gonfiava, senza motivo.

Nei successivi due anni abbandonai il ballo perché era chiaro che i piedi soffrivano, abbandonai progressivamente le scarpe con il tacco perché il gonfiore persisteva ed esteticamente faceva schifo e infine andai da un pranoterapeuta: ne uscii con i piedi uguali, dopo due anni interi. 

Una festa.

Un mese e mezzo fa, dovevo andare dal medico per una sciocchezza e faceva caldo, indossai le mie nuove scarpe da ginnastica e ci andai a piedi. Il giorno dopo mi ritrovai con la caviglia sinistra gonfia, senza altri sintomi.

A nulla è valso andare dal medico, dal pranoterapeuta, e nemmeno dal fisioterapista.

Così sono andata da un posturologo che mi ha fatto i plantari.

Dopo due giorni di meraviglia, il piede ha ricominciato a gonfiare, la caviglia fa un po’ male: niente di che, ma è ovvio che non sono a posto.

Oggi sono andata al controllo e mi ha detto che ho un uso assolutamente asimmetrico dei pesi, perché sto tutta a destra, e che appoggio il peso sui calcagni: troppo.

Ecco, questa cosa qui mi ha confermato quello che penso da sempre: che i miei piedi mi dicono che non sono in grado di andare da nessuna parte, mi tengono prigioniera, bloccata in una vita che non mi piace ma da cui non riesco a uscire, e adesso addirittura che sposto il peso all’indietro, come se volessi scappare, difendermi, non procedere.

Sempre sulla difensiva, con le mie radici che dolgono, mi impediscono di liberarmi.

A parte che mi sono detta che se risolvo questo problema faccio una cosa che può cambiare completamente il mio tempo, la mia vita, la mia idea di me stessa, questa cosa che i miei piedi mi dicano tutte queste cose mi fa impressione, un po’.

Vorrei soltanto che mi lasciassero essere libera, e mi accompagnassero fuori da questa prigione.

Tutto qui.

Vigilie

Domani vado via e sono qui che favoleggio drastici cambiamenti per settembre: cose da fare, nuove abitudini, nuovi progetti.
Nel frattempo non passo nemmeno l'aspirapolvere, che invece è quello che servirebbe adesso.

È arrivata la mia lumachina. 

Ora che ho la mia casa sempre con me posso pensare a una casa vera, che duri.

Rischiare, forse

Ieri sono uscita a cena e ho ordinato carpaccio di salmone e sogliola agli agrumi.

Dopo qualche minuto mi è stato detto che nessuno dei due piatti era disponibile.

Così ho ordinato altre cose, ed ero senza menù, e allora ho ordinato quello che hanno ordinato quelli che erano a cena con me: insalata di mare e pesce spada alla griglia.

La cosa interessante è che a me non piace né l’insalata di mare né il pesce spada. Ma così, nella fretta, ho pensato che al massimo mangiavo una cosa che non mi piaceva tanto, ma che insomma, valeva la pena di rischiare, no?

Così sono arrivati i miei piatti, ed erano buonissimi.

E questa banalità dice molto della persona che sono diventata e che mi piace essere diventata.