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Categoria: Diario

Rischiare, forse

Ieri sono uscita a cena e ho ordinato carpaccio di salmone e sogliola agli agrumi.

Dopo qualche minuto mi è stato detto che nessuno dei due piatti era disponibile.

Così ho ordinato altre cose, ed ero senza menù, e allora ho ordinato quello che hanno ordinato quelli che erano a cena con me: insalata di mare e pesce spada alla griglia.

La cosa interessante è che a me non piace né l’insalata di mare né il pesce spada. Ma così, nella fretta, ho pensato che al massimo mangiavo una cosa che non mi piaceva tanto, ma che insomma, valeva la pena di rischiare, no?

Così sono arrivati i miei piatti, ed erano buonissimi.

E questa banalità dice molto della persona che sono diventata e che mi piace essere diventata.

Forse

Il libro va a rilento. 

I piedi fanno male. 

La testa è stanca. 

L’energia di rinnovamento è finita da un pezzo. 

Domani andrà meglio. 

Forse. 

Priorità 

Dove mettiamo le cose importanti?

Sotto a sostenere le fondamenta della nostra vita? Oppure al centro del salotto? E se le lasciamo sotto a fare il loro lavoro, ogni tanto controlliamo che non ci siano infiltrazioni d’acqua? 

Oppure le lasciamo lì, tanto tengono tutto, e ci occupiamo di dare il bianco, di cambiare i tappeti e di rinnovare le tende? 

Quanto siamo capaci a distinguere le cose urgenti da quelle importanti? E, se sappiamo farlo, ce lo ricordiamo sempre?

E, dato che da quando ho un piede che non va mi rendo conto di quanto siano importanti i miei piedi per vivere una vita normale, che poi vivere una vita normale è il prerequisito essenziale per essere felice, cosa dimentico oltre ai miei piedi quando non mi fanno male?

Cosa posso fare meglio?

Posso davvero fare meglio?

20 giugno

Domani inizia l’ennesima maturità, fa caldo, non ho voglia di niente. 

Ho il piede sinistro gonfio, senza motivo e senza che accenni a migliorare.

Sono efficiente, concentrata, impegnata: vedo persone abbronzate che fanno programmi per l’estate mentre compilo to do list impossibili.

Ho la casa trascurata, ho voglia di leggere, ho voglia di silenzio, di traslocare, di dormire, di non svegliarmi.

Volevo un romanzo, ho ricevuto la puntata di un telefilm di sere B di cui so le battute a memoria.

 Vado dormire, che serve.

9 giugno

Domani finisce la scuola e io smetto di essere, per tre mesi, l’unica cosa che so di essere di sicuro. Smetto di fare l’unica cosa che so fare bene di sicuro. Smetto di sentirmi sicura e completa come mi sento quando sono davanti ai miei studenti.

Domani finisce la scuola, io perdo 15 ragazzi splendidi che si diplomeranno senza di me, e ho da scrivere un libro.

Se imparassi a fare bene almeno quello, chissà, magari l’anno prossimo potrei raccontare una storia diversa.

Delle famiglie 

È che uno dovrebbe farsene una propria, di famiglia, prima o poi. Magari prima.

In un paese in cui è un fatto ancora così recente che la figlia zitella sia deputata a badare agli anziani di casa, avere una famiglia, un’altra, è l’unico motivo per evitare un destino legato per sempre al destino dei genitori.

E alla fine ha una sua perversa logica; se non regali la tua vita a qualcuno di nuovo, cosa ti impedisce di dedicarla a chi l’ha regalata a te? Chi dovrebbe farlo? A chi tocca?

Se non hai nessuno di cui occuparti che non sia te stessa, quale scusa inventerai per sfuggire alla voce del senso del dovere?

E quella che inventerai ha davvero valore? Ha davvero valore anche per te che la inventi?

Perché poi alla fine la vita è come una staffetta, e il testimone si passa avanti. Ma se avanti non c’è nessuno, ti tocca fare il giro intero.

A te. A nessun altro.

Facendo due conti

Facendo due conti, sono cinque anni e un pezzo che ho il magone della domenica sera. 

Ecco, dopo cinque anni e un pezzo di magone della domenica sera stasera mi è venuto in mente che merito più di così. 

Che merito di vivere senza magoni della domenica sera.

Quindi boh, vediamo che succede. 

Anime sensibili e cuori di ghiaccio

Ho sempre pianto un sacco, da ragazzina. Tanto, e da sola.

Sono una un po’ fatta così, che quando sente l’onda dell’emozione arrivare la smorza, la controlla, respira a fondo, la fa scorrere finché non va via.

In alternativa, penso ad altro.

Al funerale di mia madre canticchiavo Lullaby of birdland.

Quando vado in visita agli ospedali faccio la buffona.

Le emozioni forti le tengo tutte fuori, e l’unica che mi fa piangere in pubblico è la rabbia. Quando sono arrabbiata e litigo piango. Ecco perché non litigo mai. Perché non voglio mettermi a piangere davanti a nessuno.

Preferisco perdere una lite, fare un passo indietro, cancellare metaforicamente dal mio elenco di pensieri quello specifico argomento di discussione, allontanarmi, pur di non litigare e piangere.

Se devo mettermi a discutere, preferisco darti ragione subito, così mi risparmio il frigno, e risparmio fazzoletti di carta.

Si può piangere per ore a fianco di qualcuno che dorme a fianco a te senza che quel qualcuno si svegli. Io lo so, io l’ho fatto. Con più di una persona e più di una volta. Basta controllare il respiro; le lacrime scendono giù silenziose, senza sforzo.

Poi c’è la seccatura che bagni il cuscino, ma sono dettagli.

Così vista da fuori sembro una d’acciaio. Niente mi turba, al massimo mi irrito, ma mai nessuno vede come sto davvero.

Sorrido, respiro, resto impassibile: questo è il mio modo per affrontare quello che mi addolora, se è in pubblico.

Poi.

Poi ci sono serate come queste, in cui durante un esercizio di improvvisazione l’insegnante mi ferma e mi chiede di creare una situazione commovente. Mi dice “voglio provare pena per il tuo personaggio”.

E io lo faccio. Carico il personaggio di uno sguardo, una voce, una postura che mi creano disagio. E la situazione si fa così insostenibile che sento le lacrime che spuntano a me che sto recitando, mentre chi guarda si soffia il naso.

E finita la scena io mi sento malinconica come se le cose che ho finto di vivere le avessi vissute davvero.

Amo il teatro: perché almeno in scena, giocando a fare finta, posso essere completamente sincera.

Festa della mamma

Che poi, mi dico, se fossi viva probabilmente mi saresti antipatica, e mi saresti stata addosso come una sanguisuga – che in effetti era quello che facevi quando mi aspettavi alla finestra fumando una sigaretta quando uscivo la sera – e io non mi sarei mai vestita come volevo o pettinata come volevo e altre amenità, tipo vivere la vita che volevo, solo per evitare tutto il tuo essere passivo-aggressiva che era, lasciatelo dire, insopportabile.

Ma questa festa qui, questa occasione in cui tutti scrivono cose sulle loro mamme e io non riesco a ricordarmi bene nemmeno che faccia avessi, tanto meno la voce, è una cosa che proprio ogni anno mi spezza il cuore.

44 in fila per 3 col resto di 2

I 365 giorni che mi hanno portato dai 43 ai 44 sono stati giorni miei. Proprio miei. 

Se dovessi dire cos’è successo quest’anno, è successo che è un anno che ho vissuto interamente per me: ho detto dei no, ho fatto delle scelte, ho detto molti sì.

Mi sono impegnata. Per me. 

Solo per me, a essere precisa.

Dopo aver fatto pace con quello che non c’è, con quello che non c’è stato e con quello che non ci sarà, ho provato a vedere se riuscivo a fare delle cose contando solo sulle mie forze.

Ci sono riuscita, per altro.

Ho perso molte persone, ho perso molti sogni, alcuni li ho realizzati, altri li ho messi fuori dalla porta. Non voglio dire quali fossero i più importanti, perché avrei la tendenza di dire che quelli che ho perduto sono più importanti degli altri. 

Ma probabilmente non è così, è solo un difetto di visione.

Un mese prima di compiere gli anni mi sono tinta i capelli di azzurro. Mi sento un po’ ridicola, un po’ stupida e un po’ libera.

Ma più libera.

D’altra parte, e questo non l’ho imparato perché lo sapevo già, e mi sono solo ricordata che è così, la vita ha a che fare non con quello che accade, ma a come ti racconti quello che accade.

E io ho deciso che me la racconto bene, questa vita qui.

Nella prossima cercherò di imparare a non essere sola.

Ma magari c’è tempo, per la prossima.