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Categoria: Diario

21

Domani sono 21 anni che vivo senza mia madre.

La maggior parte del tempo ormai quasi non ci faccio caso: sono passati così tanti anni che non saprei bene nemmeno cosa chiederle, o cosa mi è mancato in questi anni.

So che mi è mancato non averla in senso generale, so che sarei stata una persona diversa – migliore, peggiore, chissà – so che non avrei fatto la vita che ho fatto, se ci fosse stata lei.

Ogni tanto mi chiedo perché non le parlo, perché non le ho mai parlato, non sono una di quelle tipe da film che hanno il contatto magico con i morti o che hanno questa intensa vita spirituale: io sono concreta e noiosa e a mia madre non ho mai parlato, e l’ho sempre sognata poco.

Però, ecco, se oggi potessi chiederle qualcosa, le chiederei di farmi trovare la pace.

Perché la pace, un posto sicuro dove fermarmi, un posto dove tornare, qualcuno da cui tornare, è quello di cui avrei bisogno adesso.

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Naturalmente

Sarà che è novembre, e che ieri sera ero stanca, e faceva freddo fuori ma caldo in casa, così caldo che il piumone era troppo e non riuscivo ad addormentarmi e stamattina mi sono svegliata alle sette, che non è da me.

Sarà che è novembre e la testa va troppo veloce tra le scadenze, l’agenda da tenere a mente (ma perché poi) le cose da finire entro la fine dell’anno, i mille modi in cui sono in ritardo quest’anno scolastico, la depressione un pochino, che a novembre ci sta.

Sarà che è novembre, che ho fatto un sacco di spettacoli, che il pubblico è sempre quello che è e mai quello che vorrei, che mi pare che grossolanamente mi stiamo scippando un sogno, piccolo, ma sogno, che detesto i sogni scippati.

Sarà che è novembre, ma ieri sera sono andata a letto e mi sentivo così orrendamente vuota, senza energia, con il miele finito – finito da un pezzo, saranno anni – e nessuno che riempie di nuovo il barattolo, e tutto lo squallore, e tutta la tristezza, e tutta la mediocrità di tutto questo, i colori non più brillanti, la solitudine che mi avvolge, e io che non ci credo più. Ma nemmeno me lo racconto, che ci credo ancora.

Ma non sono io. Deve essere novembre.

Naturalmente.

Trovare un senso, dare un senso

Tanti anni fa guardando una puntata di un telefilm che non guardavo e che non ricordo, avevo sentito questa meraviglia:

“Il senso non è qualcosa che si trova; il senso è qualcosa che si dà “.

E per anni ho dato testardamente un senso a tutte le cose che mi accadevano, perché io sono una che ha bisogno di trovare sensi: e avevo trovato la scusa per darne quando non ne trovavo nelle cose che avrei voluto le avessero.

Anni dopo, sto cercando di imparare che le cose possono non avere un senso, e sto cercando di smettere di cercare, che non è facile ma si fa, e sto cercando di smettere di inventare, che è più difficile.

Perché chi ha bisogno di un senso in tutte le cose è una persona destinata all’infelicità o a farsi suora.

E io per la seconda cosa ho già perso l’occasione.

Vedere lontano 

È successo che il 26 di settembre ho fatto l’intervento per la riduzione della miopia.

Ora mi affaccio alla finestra e guardo. Cerco di guardare lontano.

Al di là della meraviglia, delle cose che non avevo mai visto, di quelle che non avevo mai notato, della stanchezza, delle medicine da mettere ogni momento negli occhi, del timore di ricominciare a non vedere, la cosa più rilevante è che in questi giorni non ho paura del futuro.

Guardo lontano, e vedo qualcosa: sembra poco. E invece.

Del cambio degli armadi e altre catastrofi 

Ho fatto il cambio degli armadi. 

Ho lasciato nelle scatole dell’estate una serie di minigonne che non metterei mai; anche lo scorso anno che ero magra e in forma mi sono resa conto che ho le gambe da vecchia, e le vecchie non si mettono le minigonne, su.

Il prossimo obiettivo è buttarle.

Stavo per buttare un vestito che ho messo a un primo appuntamento. Poi non l’ho buttato, perché mi dispiaceva per quel primo appuntamento, che è uno dei ricordi più belli della mia vita. Per altro è uno dei pochi ricordi che conservo con i dettagli, perché alla fine io sono molto più incline a dimenticare che a ricordare. Che poi è per quello che tengo un blog. Forse.

A proposito di gambe. Avrei ricominciato per l’ennesima volta a correre. Ma le ginocchia mi hanno mollato subito. La colpa è mia, sulla fiducia, che ho messo le scarpe sbagliate, ma a una settimana dall’ultimo allenamento ancora le ginocchia fanno male. Quindi prima i piedi, ora le ginocchia: i simboli si sprecano.

Dopodomani mi faccio la PRK per la miopia. Sono terrorizzata e contemporaneamente emozionata all’idea di potere, nel giro di boh, qualche settimana, vedere.

Vedere.

È quarant’anni che porto gli occhiali, non ho idea di come possa essere stare senza, anche solo per fare alcune cose, tipo, che ne so, guardare la sveglia.

Mi sono fatta raccontare i dettagli orribili della convalescenza da un sacco di persone, perché voglio essere pronta a stare male senza spaventarmi per quello che mi succede. 

Un’amica dice che la faccio grossa, che faccio sempre così. 

Ha ragione. Le ho detto che mi preparo al peggio per una sorta di strategia di controllo.

Lo feci anche quando si ammalò mia madre: mi feci raccontare l’agonia dello zio di una cara amica, che aveva anche lui un cancro al fegato perché volevo sapere cosa poteva succedere. La vita mi ha regalato che non successe niente di tutto quello che mi aspettavo, e questa cosa mi diede, anche in mezzo ai momenti neri, la certezza che avrebbe potuto essere così peggio che mi veniva da ringraziare anche mentre stavo male.

Sto facendo i conti con il mio non essere coraggiosa ed essere invece sostanzialmente sola. Sono sicura che imparerò molte cose da questa esperienza. 

Sempre sperando che vada tutto bene, perché ci va, perché è ora, perché la voglio vedere bene in faccia questa vita che mi resta. 

Maledetta me

E quindi va tutto bene, ci sono programmi positivi, mi sono buttata a capofitto in nuovi progetti e sono uscita dalla palude del senso di inutilità è vuoto.

Poi vabbè, mi prende l’angoscia, così a caso.

Ma perché sono scema col botto io; è ovvio.

Salti nel tempo

Oggi timehop mi ha portato la memoria di alcuni 24 di agosto, molto interessanti.

In uno era appena partita l’avventura fiorentina, ed ero tutta piena del sacro fuoco del progetto esistenziale definitivo della mia vita.

In un altro tornavo da un viaggio a Nord ed ero malinconica come sono sempre al ritorno dai viaggi.  

In un terzo ero disperata e mi chiedevo cosa ci facessi a Firenze, che senso avesse la mia vita, quanto presto sarei potuta scappare da questa trappola senza uscita.

In un quarto sognavo una nuova città, una nuova casa, un nuovo progetto, una famiglia (addirittura!), e tutto mi sembrava a portata di mano.

Il sunto è che a volte sto bene, a volte malissimo, non sono morta a Firenze (anzi), non voglio (quasi) più scappare, nessun progetto definitivo è andato in porto, sono successe cose che non mi aspettavo affatto, molte molto belle, sono diventata bionda, mi sono tagliata i capelli e faccio shopping di cose che nella mia testa definisco chic e che mi danno la scusa per mettere scarpe con il tacco basso, dal momento che i piedi vanno come vanno.

Ora qui ci vorrebbe tutto un pippone sui sogni che non diventano realtà – “se puoi sognarlo puoi farlo” è una di quelle cagate sesquipedali che ti si appiccicano addosso e non te ne liberi più, davvero; ma è vero che se non lo sogni nemmeno non cominci nemmeno a provare, a farlo – e sulla resilienza. Ma la resilienza è divenuta così di moda che il mio animo snob e truzzo schifa le mode, così dico che semplicemente sono sopravvissuta.

Ho delle cicatrici enormi, alcune mi deturpano l’anima, e lo vedo dallo sguardo quanto sono profonde, ma, cazzo, somo sopravvissuta. 

Non mi sono buttata giù da un viadotto sulla FI-PI-LI, ho tenuto botta, non ho ricominciato a prendere gli antidepressivi e sono spesso di umore accettabile.

Sono più cinica, ci credo di meno, non sogno quasi più niente. Ma viva. In piedi. Sorridente.

E vaffanculo. Non è poco.

No, donna, no.

Chiudere

Sono successe delle piccole cose che hanno buttato della sabbia in mezzo a ingranaggi che erano oliati benissimo.

Parole dette al momento sbagliato, parole sbagliate dette al momento giusto, parole giuste non dette nel momento giusto.

Niente di grave; sabbia, appunto.

Basta mettersi lì e spazzarla via; non ci vuole nemmeno troppo impegno, perché sei una che ha tirato via a mani nude intere montagne di roba detta male o non detta ma fatta peggio.

Hai ancora le cicatrici sulle mani, ma sei fiera di averle tolte di mezzo quelle rocce lì, davvero.

Ma la sabbia è noiosa, come un sibilo insistente, il ronzio di un insetto odioso, qualcosa di cui non hai voglia di occuparti aspettando che passo da sé: gli insetti escono se lasci le finestre aperte, anche la sabbia se ne andrà e smetterà di bloccare la macchina, se lasci passare abbastanza tempo.

O forse no, ma non hai più voglia di pulire.

Vuoi solo che gli altri smettano di sporcare casa tua; perché non la meriti più questa cosa qui, che la gente non fa attenzione quando parla con te.

Così chiudi le porte e le finestre e ripulisci tutto finché nemmeno ti ricorderai le cose che hai sentito.

Ma, soprattutto, chiudi tutto perché nessuno possa mai più permettersi di dirti la sbagliata.

Il mio piede sinistro

Cominciò tutto quattro anni fa.

Io, che portavo senza dolori o fastidi o problemi alcuni sia i tacchi alti che infradito, durante un viaggio in macchina da passeggera incastrai l’alluce del piede sinistro non so bene dove e lo tirai verso l’esterno. Mi fece male, lì per lì, ma non ci feci molto caso.

Quell’anno ballavo. Ballavo di nuovo dopo tanti anni e ballavo la salsa su tacchi vertiginosi e scarpe strette. Dopo quel piccolo incidente ballare divenne un problema: c’era un singolo movimento che mi dava scosse al metatarso.

Ma ballavo, mi piaceva, mi veniva, me ne fregai abbastanza.

Continuai a usare i tacchi, ma abbandonai le infradito: da quello “stiramento” in poi anche la minima apertura dell’alluce mi faceva male.

L’anno continuò con me che avevo il piede sinistro con un movimento impossibile da fare al punto che risolsi di comprare scarpe da ballo più basse.

L’estate successiva, padrona da poche ore di un paio di sandali da urlo che usai tutta una giornata, mi trovai la caviglia destra gonfia come un pallone.

Nessun dolore, nessun altro sintomo.

Mi feci vedere dal medico (secondo me non è nemmeno tanto gonfio) dal fisioterapista che mi trattò ottenendo solo che il gonfiore si spostasse dalla caviglia a tutto il piede, da una podologa, che mi consigliò degli esercizi di propriocezione.

Così avevo un piede che mi faceva male, all’improvviso, e un altro che si gonfiava, senza motivo.

Nei successivi due anni abbandonai il ballo perché era chiaro che i piedi soffrivano, abbandonai progressivamente le scarpe con il tacco perché il gonfiore persisteva ed esteticamente faceva schifo e infine andai da un pranoterapeuta: ne uscii con i piedi uguali, dopo due anni interi. 

Una festa.

Un mese e mezzo fa, dovevo andare dal medico per una sciocchezza e faceva caldo, indossai le mie nuove scarpe da ginnastica e ci andai a piedi. Il giorno dopo mi ritrovai con la caviglia sinistra gonfia, senza altri sintomi.

A nulla è valso andare dal medico, dal pranoterapeuta, e nemmeno dal fisioterapista.

Così sono andata da un posturologo che mi ha fatto i plantari.

Dopo due giorni di meraviglia, il piede ha ricominciato a gonfiare, la caviglia fa un po’ male: niente di che, ma è ovvio che non sono a posto.

Oggi sono andata al controllo e mi ha detto che ho un uso assolutamente asimmetrico dei pesi, perché sto tutta a destra, e che appoggio il peso sui calcagni: troppo.

Ecco, questa cosa qui mi ha confermato quello che penso da sempre: che i miei piedi mi dicono che non sono in grado di andare da nessuna parte, mi tengono prigioniera, bloccata in una vita che non mi piace ma da cui non riesco a uscire, e adesso addirittura che sposto il peso all’indietro, come se volessi scappare, difendermi, non procedere.

Sempre sulla difensiva, con le mie radici che dolgono, mi impediscono di liberarmi.

A parte che mi sono detta che se risolvo questo problema faccio una cosa che può cambiare completamente il mio tempo, la mia vita, la mia idea di me stessa, questa cosa che i miei piedi mi dicano tutte queste cose mi fa impressione, un po’.

Vorrei soltanto che mi lasciassero essere libera, e mi accompagnassero fuori da questa prigione.

Tutto qui.

Vigilie

Domani vado via e sono qui che favoleggio drastici cambiamenti per settembre: cose da fare, nuove abitudini, nuovi progetti.
Nel frattempo non passo nemmeno l'aspirapolvere, che invece è quello che servirebbe adesso.