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Categoria: Freud mi fa una pippa

Vite serene (che non sono la mia)

Stanotte ho sognato che mia madre era in ospedale, che sarebbe morta a breve, che era arrabbiata con me. 

Io che vivevo lontana, che mi ero precipitata da lei, che nessuno mi raccontava la verità, che ero terrorizzata e che dovevo andare via; non volevo, ma dovevo. 

E lei aveva uno sguardo di odio che lo sento addosso come fosse vero. 

Se qualcuno me lo interpreta, o in alternativa mi spiega come rimuoverlo dal mio conscio e dal mio inconscio, grazie. 

Le famiglie disfunzionali, la condiscendenza, il codice binario

In questi giorni ho capito un sacco di cose di me. Del mio non saper dire sì ma del mio dire sempre forse. Del mio non saper dire mai no, e di cercare di dire “vediamo” anche quando so che non c’è niente da vedere.

Mi sono ritrovata ancora una volta nel teatrino della famiglia amorevole e perfetta, la famiglia in cui nessuno dice la verità, ma tutti diciamo quello che serve per non irritare mio padre, non agitare mio padre, non far star male mio padre.

Così se uno è preoccupato lo nasconde; così non si preoccupa lui. Se sta male lo nasconde. Se è arrabbiato lo nasconde. 

Un sacco di adulti che costruiscono un mondo finto per farlo andare bene a una persona a cui comunque, per definizione, non andrà bene in ogni caso, perché niente va mai bene se non quando tutto è deciso da lui ed è perfetto per lui, tagliato su sua misura. 

E io, che pure ho delle idee, in generale anche ben strutturate, mi trovo in pochi muniti a far parte del meccanismo, a nascondere  quello che penso, a camminare in punta di piedi e sussurrare. Come faceva mia madre. Invece di gridargli che basta, che si arrangi come facciamo tutti, che il mondo non è un posto perfetto e non gira intorno a lui. Incredibilmente.

Così in poche ore mi trasformo nella quindicenne che sono stata, e abbandono i miei panni di adulta consapevole che pure indosso volentieri, non perché mi piaccia essere adulta, ma perché lo sono, e una cosa, se non puoi combatterla, devi abbracciarla stretta.

Così ho capito perché non ho una famiglia mia, (e perché sono molto più simile alle zie che odio di quanto vorrei) e quanto sarebbe stato meglio farmela, invece. Per rompere lo schema, creare una nuova cosa, fatta da me con le mie idee, non vissuta dal fantasma che divento quando sono con loro.

E così ho capito anche che il senso della vita – quello vero, che mi sfugge per colpa di tutto questo teatro famigliare – è come l’1-0 del codice binario: sì o no, senza vie di mezzo.

E improvvisamente tutto ha un senso, un disegno, una facilità, anche, tutta nuova. 

Sì è sì. Forse è no. Dopo è no. Vediamo è no. No è no.

Così disegno la nuova interpretazione del mio passato, ed è diventato tutto chiaro, e mi propongo di vivere il futuro con questa semplicità, che non chiede altro che essere sinceri.

Con se stessi, soprattutto. 

Lezioni di oggi

  1. Avere la glicemia a picco non aiuta a essere lucidi e razionali. Figurarsi positivi.
  2. Appena uso le parole per dire come sto, sto peggio. È come se parlare del dolore che ho dentro lo facesse emergere per intero; meglio tacere.
  3. Se taccio il dolore mette radici.
  4. Distrarsi è una buona soluzione sul breve periodo; ma distrarsi richiede energia. E quando l’energia cala finisce come al punto 1.
  5. Sento i mostri dietro le porte che mi chiamano forte. Se non smettono devo farmi aiutare.
  6. Pensavo di essere guarita. Invece credo che non guarirò mai.

Ci sono quelle mattine che fuori c’è il sole, è primavera, niente va male, e mentre bevi il caffè senti che cominci a piangere, e nemmeno lo volevi fare, di piangere.

Eppure piangi e non riesci a smettere.

Sommario

Questo weekend sono stata a Torino e ho patito il cielo grigio e il freddo e la periferia; a dire che insomma mi sono abituata a Firenze, che non è casa, ma a tratti è meglio. 

Poi non sempre, ma tant’è.

A Torino ho regalato a un bambino i dadi delle storie, e così ho passato due ore a inventare storie, e ho scoperto che a furia di improvvisare ho imparato a raccontare storie, e bene, che mi pare una bellissima competenza se uno ha dei bambini sotto mano.

A Torino ho scoperto – ma poi magari mi passa – che il dolore dei figli che non ci sono stati è andato via, per far posto al gusto di essere libera e fancazzista. Ho tradito il mio dettato biologico, ma ho guadagnato una vita comoda (di cui da vecchia mi pentirò, ma magari non divento vecchia, quindi chissà).

Questa cosa dei figli è emersa mentre scendevo in ascensore (e Freud direbbe che non è un caso, così a occhio) e ho pensato che sono stata abbastanza brava a restare, anche quando faceva malissimo, al di qua dell’ossessione, e a ricordare in ogni momento che i figli sono progetti e non qualcosa di tuo da prendere su uno scaffale quando hai voglia.

E sono stata brava a capire che non ci sono mai stati gli estremi, anche quando sembrava che ci potessero essere, così per miracolo, un giorno, chissà quando, perché era bello dirlo.

A Torino ho camminato molto, ho mangiato il primo gelato della stagione, ho speso soldi che non dovevo spendere (ed è bene che smetta di spendere del tutto, a meno che non sia assolutamente necessario, perché il futuro è grigio) e ho pensato che questa testa che funziona bene è una grande benedizione.

Anche una grande maledizione, in effetti; ma si sa che è sempre così.

I mostri dietro le porte

Chi gioca a Dungeons and Dragons lo sa: ci sono giocatori che hanno paura di morire – anche per finta – e giocatori che non hanno paura di nulla.

I secondi sono quelli che tirano tutte le leve, che aprono tutte le porte, che si divertono quando sono attaccati da orde di mostri, che vanno a solleticare i non morti. Spesso mettono nei guai tutta la brood, ma sanno, in ogni momento, che è un gioco. Muori, rifai il personaggio, ricominci.

Facile. Bello.

Poi ci sono gli altri, quelli che non vogliamo morire mai, che cercano di evitare le trappole, di non far uscire i mostri dalle porte. Si salverebbero sempre, ma se il gioco andasse come vogliono loro non ci sarebbe niente da giocare. Così i master, che sono saggi, fanno uscire i mostri anche da gabbie magicamente chiuse e li fanno attaccare. Così a volte anche i cauti muoiono, perché nella vita, se ci si pensa, si muore tutti, e la vita è solo un gioco un po’ più complicato, niente di più.

Il punto, insomma, è che i mostri arrivano sempre, e ti attaccano sempre.

Solo che, se hai aperto tu la porta, li affronti armata, pronta. Se invece hai cercato in tutti i modi di evitarli ti colpiranno alle spalle, mentre sei distratta, stai pensando ad altro, non sei pronta.

E insomma, alla fine questa cosa di tenere chiuse le porte e sfuggire ai mostri non funziona un cazzo, diciamolo.

Poi una si chiede come mai è fatta come è fatta

L’altra sera ero a casa di mio padre che si lamentava dei suoi acciacchi di vecchiaia, del tempo che si assottiglia, della morte che arriva, del sentirsi vecchio ogni giorno di più.

E io gli ho detto che capivo il fastidio, il dolore e la paura, ma che è destino degli uomini; che anche io, che sono prossima ai 44 anni mi sento invecchiare, sento che non posso più fare tutto quello che voglio nella vita (quanto non posso lo sento nelle ossa ogni mattina e quanto mi sento vecchia lo sento nei progetti che ho smesso di fare), che sono più stanca, più debole, mi ammalo di più, ho dolori che non ho mai avuto prima.

E lui mi ha risposto: “ma a me non importa della tua vecchiaia, o dei tuoi disturbi o dei tuoi problemi. A me interessa solo dei miei; degli altri non mi importa affatto”.

Poi ok, io ci ho fatto una battuta cinica, ma il punto è che – come spesso mi succede – non sono rimasta particolarmente ferita, perché ho sempre saputo, intimamente, che era così, anche quando non era anziano e acciaccato ma era giovane e in forze.

Poi a volte mi chiedo perché ho certi schemi, perché non mi stupisco di nulla, perché sono disincantata, perché sopporto il disamore, perché mi sembra normale e non mi aspetto invece il contrario. Perché se finalmente lo ha detto, chissà quante volte lo ha pensato e io l’ho sentito, che era così.

Spero solo di non essere come lui, ecco. O forse sì, che è più facile.

Le cose che mi commuovono, puntata ennesima

Hanno iniziato Cristina e Burke, non sposandosi, ormai, che ne so, saranno dieci anni fa. Io ero a casa, un pomeriggio che ero malata, con la stagione scaricata su un PC portatile piccolissimo e scrauso ed ero tutta contenta che Cristina si sposasse (perché il mio eroe era Cristina non Meredith la lagna) con Burke, e lui non si presenta al matrimonio.

E lì, io che non piango mai, o comunque poco, mi ricordo che cominciai a piangere e disperarmi perché in quel momento Burke stava abbandonando me, e lo stava facendo con una scusa orribile, che pure poteva sembrare valida. Per dire che gli stronzi sanno sempre come fare, anche.

Negli anni ho poi scoperto che piango per tutti i servizi sui vigili del fuoco che salvano persone dalle macerie e quando li hanno salvati gli dicono bravo, come se non fossero loro, quelli bravi ad averli salvati.

E piango per le nonnine che dicono cose sagge alla TV e soprattutto per quella signora anziana, di cui si sentiva la telefonata che diceva che lei voleva spedire i tortellini ai Vigili del fuoco, perché loro stavano salvando delle vite ed era domenica e la domenica vanno mangiati i tortellini.

E piango per i video di una TV Danese che fa esperimenti sociali raggruppando le persone con criteri diversi da quelli che usiamo di solito e così le persone scoprono che quelli diversi da loro hanno delle cose in comune con loro anche più importanti di ciò che li definisce diversi.

E, infine, piango alla fine della sesta serie di Gilmore Girls, quando Lorelai dà un ultimatum a Luke e lui dice che le ha solo chiesto di aspettare, e lei dice “I have been waiting for months. Now or never”. E lui tace.

E piango soprattutto quando il giorno dopo lui va da lei e le dice che ha ragione e che possono scappare e stare insieme tutta la vita, e lei ha già aspettato troppo, perché esiste un troppo, anche mentre stai aspettando, e in ogni puntata della sesta stagione si vede Lorelai che diventa sempre un pochino più triste mentre lo aspetta, e lo guarda e gli dice “No. I’m over”.

Che è una frase corta corta che nella mia testa suona come il game over dei videogiochi di quando i videogiochi andavano con le 200 lire e quella cazzo di rana cadeva dal tronco ed erano le ultime 200 lire e non ne avevi altre e dovevi smettere di giocare.

È sempre così incredibile, che una frase corta così possa farti piangere così tanto.

Deviazioni 

Cambiare direzione uno magari pensa che sia una cosa causata da grandi stravolgimenti, qualcosa annunciato da suoni di campane, il culmine di una serie di analisi dettagliate e riflessioni razionali. 

Invece sono dei dettagli trascurabili, messi a caso, oggetti che butti, cose che dimentichi, posti che ti tornano improvvisi alla memoria senza motivo, parole che hai scritto e hai dimenticato di cancellare, parole che non hai scritto ma che ricordi, note vocali lasciate distrattamente sul cellulare mentre guidi, una piccola lacerazione sulla schiena che non sai come ti sei fatta e non guarisce, una lacrima che scende mentre non vorresti, nomi che hai dimenticato, amici che se ne sono andati, amiche che non lo sono più, cambiamenti nelle vite degli altri, i capelli con la ricrescita, la miopia che peggiora velocissima, gli anni che avanzano, i sentieri perduti e quelli ritrovati, le foto che non hai scattato e quelle che avresti fatto meglio a non scattare. 

E tu non sei più tu, e ogni cosa è cambiata, e niente sarà mai più come prima anche se giochi a fare finta di sì, perché giocare a fare finta è la cosa che ti viene meglio nella vita. 

Perché alla fine vivere è un gioco bellissimo, mica molto di più. 

Flash

A volte uno ha dei ricordi così, che non pensava di avere, e sono ricordi a metà tra dolci e amari e ti riportano indietro di anni, quando credevi cose e immaginavi una vita molto diversa da quella che hai adesso, e in quel momento non pensavi che non fosse possibile la vita che sognavi, perché c’era il lago, era estate avevi un bel vestito, e quando sei follemente felice le cose non ti sembrano impossibili; ti sembra che basti aspettare. 

Poi a furia di aspettare hai parecchi anni in più, non sogni più quel futuro, ti rendi conto che era sciocco da immaginare anche allora, perché era un futuro complicatissimo e non hai abbastanza coraggio per quelle cose lì, tu, e non ci pensi quasi mai a quelle cose lì che allora ti sembravano così a portata di mano. 

Il tempo passa, e a ostinarti ad aspettare di vivere la vita che vuoi, ti trovi a vivere la vita che c’è, alla fine. 

Che non è male; ma quell’altra sarebbe stata meglio.