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Categoria: Giocare a fare finta

Anime sensibili e cuori di ghiaccio

Ho sempre pianto un sacco, da ragazzina. Tanto, e da sola.

Sono una un po’ fatta così, che quando sente l’onda dell’emozione arrivare la smorza, la controlla, respira a fondo, la fa scorrere finché non va via.

In alternativa, penso ad altro.

Al funerale di mia madre canticchiavo Lullaby of birdland.

Quando vado in visita agli ospedali faccio la buffona.

Le emozioni forti le tengo tutte fuori, e l’unica che mi fa piangere in pubblico è la rabbia. Quando sono arrabbiata e litigo piango. Ecco perché non litigo mai. Perché non voglio mettermi a piangere davanti a nessuno.

Preferisco perdere una lite, fare un passo indietro, cancellare metaforicamente dal mio elenco di pensieri quello specifico argomento di discussione, allontanarmi, pur di non litigare e piangere.

Se devo mettermi a discutere, preferisco darti ragione subito, così mi risparmio il frigno, e risparmio fazzoletti di carta.

Si può piangere per ore a fianco di qualcuno che dorme a fianco a te senza che quel qualcuno si svegli. Io lo so, io l’ho fatto. Con più di una persona e più di una volta. Basta controllare il respiro; le lacrime scendono giù silenziose, senza sforzo.

Poi c’è la seccatura che bagni il cuscino, ma sono dettagli.

Così vista da fuori sembro una d’acciaio. Niente mi turba, al massimo mi irrito, ma mai nessuno vede come sto davvero.

Sorrido, respiro, resto impassibile: questo è il mio modo per affrontare quello che mi addolora, se è in pubblico.

Poi.

Poi ci sono serate come queste, in cui durante un esercizio di improvvisazione l’insegnante mi ferma e mi chiede di creare una situazione commovente. Mi dice “voglio provare pena per il tuo personaggio”.

E io lo faccio. Carico il personaggio di uno sguardo, una voce, una postura che mi creano disagio. E la situazione si fa così insostenibile che sento le lacrime che spuntano a me che sto recitando, mentre chi guarda si soffia il naso.

E finita la scena io mi sento malinconica come se le cose che ho finto di vivere le avessi vissute davvero.

Amo il teatro: perché almeno in scena, giocando a fare finta, posso essere completamente sincera.

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I mostri dietro le porte

Chi gioca a Dungeons and Dragons lo sa: ci sono giocatori che hanno paura di morire – anche per finta – e giocatori che non hanno paura di nulla.

I secondi sono quelli che tirano tutte le leve, che aprono tutte le porte, che si divertono quando sono attaccati da orde di mostri, che vanno a solleticare i non morti. Spesso mettono nei guai tutta la brood, ma sanno, in ogni momento, che è un gioco. Muori, rifai il personaggio, ricominci.

Facile. Bello.

Poi ci sono gli altri, quelli che non vogliamo morire mai, che cercano di evitare le trappole, di non far uscire i mostri dalle porte. Si salverebbero sempre, ma se il gioco andasse come vogliono loro non ci sarebbe niente da giocare. Così i master, che sono saggi, fanno uscire i mostri anche da gabbie magicamente chiuse e li fanno attaccare. Così a volte anche i cauti muoiono, perché nella vita, se ci si pensa, si muore tutti, e la vita è solo un gioco un po’ più complicato, niente di più.

Il punto, insomma, è che i mostri arrivano sempre, e ti attaccano sempre.

Solo che, se hai aperto tu la porta, li affronti armata, pronta. Se invece hai cercato in tutti i modi di evitarli ti colpiranno alle spalle, mentre sei distratta, stai pensando ad altro, non sei pronta.

E insomma, alla fine questa cosa di tenere chiuse le porte e sfuggire ai mostri non funziona un cazzo, diciamolo.

Post ad andamento circolare

L’energia in teatro è tutto ed è un periodo che niente, non scorre. Sono goffa, non riesco a stare attenta, non sono brava, non mi diverto nemmeno, perché per divertirsi bisogna stare bene e su, non sto bene. Da un po’. Un po’ piuttosto lungo.

Diffidare di persone di cui dovresti fidarti perché hai scoperto che sono inaffidabili è stancante.

Non sopporto le critiche, soprattutto quando sono giuste; cerco di accettarle e invece mi autogiustifico (detesto autogiustificarmi) e ci resto male. Ho questo continuo bisogno di sentirmi dire brava, anzi di esserlo, brava, che mi guasta il sapore delle cose quando non lo sono. Ed essere bravi sempre non si può. O forse non sono capace io.

Stasera mi hanno detto che ho dentro un immenso centro di controllo, e che dovrei lasciare andare, perché non mi diverto, non me la godo, mi perdo delle esperienze.

Sono anni che me lo dicono, e più me lo dicono più il mio controllo si affina, perché lasciar andare è difficile, e non so proprio farlo, tipo mai. (E io lo so che è mai, quanto è mai)

E il control freak prende malissimo le critiche e si torna da capo.

Cose che mi porto a casa oggi:
1) il palco è un posto pericoloso (deve essere per quello che mi piace starci);

2) se stiamo in silenzio le parole e le azioni nascono da sole;

3) la verità in scena si vede, si sente, si annusa. E fa la differenza;

4) invece di forzare le persone a giocare con noi, possiamo invitarle a entrare nel nostro mondo. Spesso basta. Ed è bello.

Decisioni storiche

Sono uscite le domande di mobilità.

A parte che la tempistica, se possibile, è più assurda di tutti gli altri anni messi insieme, per cui chi venisse trasferito lo saprebbe alla fine di agosto per il primo settembre, e vabbè; a parte l’ultima occasione di trasferirsi su una scuola e non in un calderone assurdo, e vabbè; io non faccio domanda di mobilità.

Io, qui, oggi, ho un equilibrio.

Io qui, oggi, ho la possibilità di fare l’attrice.

Io qui, oggi, ci provo.

Perché se non si resta fino in fondo, se non si guardano mai i titoli di coda, non si saprà mai se il film può avere un lieto fine.

(Mi sposterò di nuovo, e lo farò, quando arriverà l’ora di un’altra vita. E arriverà)

Stamattina ero davanti allo specchio e mi guardavo, con i miei otto chili in meno, il mio taglio di capelli per cui tutti mi fanno i complimenti, il mio trucco ben dato, il mio biondo a cui non rinuncerei più.

E dopo essermi scoperta, incredula, ancora una volta, bella, mi sono detta che non serve a niente.

Lo sapevo anche prima che non sarebbero stati quei traguardi a fare di me una persona felice e soddisfatta, ma un po’, scioccamente, ci avevo sperato.

Sistemare il fuori per sistemare il dentro.

Però ora posso dire di essere una donna bionda, magra, bella e infelice.

Sono soddisfazioni.

Febbraio, numero 6

Se dovessi definirmi con una parola, in queste settimane userei disgregata.

Ma, per fortuna, nessuno mi chiede di definirmi con una parola; quindi testa bassa e vado avanti. 

(Anche perché: qualcuno ha una scelta diversa?)

PS: ieri sera sono andata a uno spettacolo teatrale che era una commedia drammatica molto bella, e a un certo punto il protagonista, che era Luigi XIV, non uno qualunque, diceva due cose.

Una era “se solo potessi crollare”. E l’altra era un lungo discorso sulla sua ultima vendetta, quella che potrà godersi in punto di morte, quando, aggrappandosi al suo ultimo respiro potrà dire “finalmente muoio”. 

Tutti, alla fine, applaudivano sorridenti. Io, seduta, piangevo come una fontana.

La cura

Così D’Artagnan ha un bozzo sul collo che non mi fa presagire niente di buono e sabato lo porto dal veterinario.

Il veterinario, ecco.

Io sono stata in oncologia per sei mesi tutte le settimane tre volte a settimana a portarci mia madre per la chemioterapia, e me la riportavo indietro che non è che stesse benissimo, anzi. E l’ho vista morire, e non è una cosa che anche a distanza di diciannove anni pensi “vabbè, dai, è passata”; eppure il veterinario no, è troppo.

Anche se spiego alla bestia dove stiamo andando, e che non deve aver paura, e che non gli farà male, anzi. E anche se lui mi guarda e annuisce, e io lo so che capisce, perdio, poi lui fa dei versi assurdi e si dimena, e attacca indiscriminatamente. E io non ce la faccio.

È proprio una roba più forte di me. Ho paura io, lui sente che ho paura, si terrorizza, io mi terrorizzo, lui sente che mi terrorizzo eccetera eccetera.

È che gli uomini li puoi fregare, e puoi dire a tua madre guardandola negli occhi “Quel male è che ieri sera hai mangiato la frittata, figurati se è il male del cancro” e lei ti guarda e vuole così crederti che ci crede, e tu impari a fare l’attrice per sempre, che ti serve quando tuo padre è ridotto a una larva tremante nel letto dell’ospedale e tu indossi la faccia noncurante e non gli guardi le caviglie scheletriche e fingi di leggere un libro e la tua calma ostentata lo tranquillizza abbastanza da portarlo fuori dalle sue crisi di ansia.

Ma gli animali non puoi fregarli, perché mentre tu li guardi con aria noncurante emani l’odore del terrore, e gli odori non mentono mai, ed è per quello che ci innamoriamo a prima vista, perché a volte ci trasformiamo in animaletti che annusano e finiamo in trappole bellissime.

Così io ho paura del veterinario, e ho paura della paura del mio gatto.

Così dopo che ho accompagnato mia madre, e ho accompagnato Liquirizia a morire, perché l’ho già portata a morire una bestiolina, e non credo di avere mai pianto così tanto, ho capito che era troppo. E da allora sono scappata sempre, o comunque non sempre, perché alla fine a portare Napoleone a farsi fare le terapie per la struvite sono andata io, ma per esempio quando è impazzito per un tumore al cervello ed era cieco ed era violento e andava ucciso, anche se io l’ho imboccato con la siringa quando aveva 15 giorni, a vederlo morire non ci sono andata. E mi sono detta che mai più.

Così oggi, mentre comincio a prepararmi per sabato, perché lo so che è una sciocchezza, ma è una sciocchezza che mentre scrivo questo post sto già piangendo, ho capito che questa cosa di non avere figli è davvero una benedizione, perché non ce la faccio, non sono programmata per curarmi di chi amo, ma sono solo capace di fare finta di farlo, e quando si parla di amore, fare finta non basta. 

Le trappole

Nella mia testa ci sono una serie di ricordi di cose inutili che ogni tanto riemergono.

Oggi è stata una cosa sullo yoga, che ha a che fare con l’aggiogare, il controllare. Forse lo ricordo perché pensai “ma dimmi te, una parola così lontana che però somiglia così tanto alla parola italiana”, o forse perché lo diceva una persona di cui ricordo ogni cosa che mi diceva.

Ma comunque.

Io faccio lo yoga con i pensieri. Li tengo ben stretti nella mano, come se avessi le redini.

Ho un sacco di pensieri da non pensare, che sono quelli che mi fanno venire mal di testa. I pensieri di autosabotaggio, i pensieri inutilmente tristi (la tristezza è concessa, ma i pensieri tristi sono un modo stupidissimo per influenzare la propria vita, ed influenzarla male, anche), i pensieri ossessivi.

Insomma, è un lavoro. È un po’ come camminare con i tacchi su un campo pieno di trappole scansarle. Alcune trappole sono così elementari che le vedi da lontano anche se sei miope, e non ti ci avvicini; altre sono piccine e infide, ma riesci a intuirle, anticiparle, te le aspetti. 

Le più pericolose sono coperte , e non hai scampo.

Quindi tu sei lì che stai camminando facendo bene attenzione a dove metti i piedi, perché è un periodo così, che occorre stare attenti, e una persona con cui stai parlando di altro, perché il suo compito è curarti, non parlare con te, ti dice “poi magari domani incontra l’uomo della sua vita e decidete di fare un figlio insieme”.

E tu sei lì ferma, e fai una battuta, perché questo secondo anno di improvvisazione teatrale ti ha attaccato il brutto vizio di fare battute sempre, soprattutto quando non ne hai voglia, ma poi esci e con la carezza e la semplicità della logica aristotelica, completi il sillogismo implicito in quella frase lì.

Che è un sillogismo che dice che quando incontriamo la persona della nostra vita ce ne accorgiamo perché ci viene voglia di fare un figlio con quella persona lì; e infatti, ora che ci pensi, a te questo capriccio di fare un figlio ti è venuto tre anni fa, in modo così immediato e naturale che pensavi che fosse biologia, e sicuramente lo era, ma la biologia risponde all’amore della nostra vita.

Solo che quel meccanismo lì è scattato solo a te, e così cadi nella trappola nascosta e quando cadi così, mentre sei tutta attenta a non inciampare in altre cose che pure vedi, ti spaventi, ti fai male, ti viene mal di testa, ti viene l’istinto di disfare il lavoro fatto fino ad oggi e vedere le macerie fumanti di questo castello in aria, e riderci sopra, con cattiveria.

Invece apri la pagina del blog e le scrivi e basta, sapendo che dopo le avrai dimenticate, queste cose qui.

O, almeno, sperandoci molto.

Magia

Da qualche mese ogni volta che recito faccio bene.

Dopo tre anni di black out, in cui ogni cosa era esagerata, recitata, falsa, il “catechismo del teatro”, per citare un grande insegnante che mi ha fatto a pezzi, finalmente ogni volta che entro in scena divento vera.

Lo so perché guardo negli occhi chi recita con me, e non il pubblico.
Non ammicco troppo (anche se ammicco ancora molto).
Sono dentro.

Sono dentro.

Ed è bellissimo.