lacasadelsole

Just another WordPress.com site

Categoria: Istruzioni per l’uso

Sradicata

Ci pensavo ieri quando un mio contatto che vive oltreoceano ha pubblicato una foto di un cortile fiorentino: questa non sarà mai casa mia. 

Ci sto bene, a tratti benissimo, ma non sarà mai casa. 

E pensavo che boh per fare casa chissà cosa serve, forse un cuore, forse due che battono insieme che hanno un progetto o insomma una roba così. 

E ho pensato che casa sarà sempre Torino anche se non lo è più in realtà e non lo è da un po’ perché non mi ci trovo è cambiata troppo e non in meglio e le persone sono sparite una a una come è normale che accada col tempo. 

E mentre guidavo verso una cena con amici che non sono davvero amici, ma semplici conoscenti che però è meglio che niente, ho pensato che dovrei trarre ispirazione dalle chiocciole, che la loro casa ce l’hanno con sé, e anche un sacco di altre cose, che le rende lente ma sagge, e possono sempre vivere bene dove sono perché ogni posto è casa. 

E vado a cercare una chiocciola simbolica da portarmi dietro; per ricordarmela, questa cosa qui. 

Priorità 

Dove mettiamo le cose importanti?

Sotto a sostenere le fondamenta della nostra vita? Oppure al centro del salotto? E se le lasciamo sotto a fare il loro lavoro, ogni tanto controlliamo che non ci siano infiltrazioni d’acqua? 

Oppure le lasciamo lì, tanto tengono tutto, e ci occupiamo di dare il bianco, di cambiare i tappeti e di rinnovare le tende? 

Quanto siamo capaci a distinguere le cose urgenti da quelle importanti? E, se sappiamo farlo, ce lo ricordiamo sempre?

E, dato che da quando ho un piede che non va mi rendo conto di quanto siano importanti i miei piedi per vivere una vita normale, che poi vivere una vita normale è il prerequisito essenziale per essere felice, cosa dimentico oltre ai miei piedi quando non mi fanno male?

Cosa posso fare meglio?

Posso davvero fare meglio?

Anime sensibili e cuori di ghiaccio

Ho sempre pianto un sacco, da ragazzina. Tanto, e da sola.

Sono una un po’ fatta così, che quando sente l’onda dell’emozione arrivare la smorza, la controlla, respira a fondo, la fa scorrere finché non va via.

In alternativa, penso ad altro.

Al funerale di mia madre canticchiavo Lullaby of birdland.

Quando vado in visita agli ospedali faccio la buffona.

Le emozioni forti le tengo tutte fuori, e l’unica che mi fa piangere in pubblico è la rabbia. Quando sono arrabbiata e litigo piango. Ecco perché non litigo mai. Perché non voglio mettermi a piangere davanti a nessuno.

Preferisco perdere una lite, fare un passo indietro, cancellare metaforicamente dal mio elenco di pensieri quello specifico argomento di discussione, allontanarmi, pur di non litigare e piangere.

Se devo mettermi a discutere, preferisco darti ragione subito, così mi risparmio il frigno, e risparmio fazzoletti di carta.

Si può piangere per ore a fianco di qualcuno che dorme a fianco a te senza che quel qualcuno si svegli. Io lo so, io l’ho fatto. Con più di una persona e più di una volta. Basta controllare il respiro; le lacrime scendono giù silenziose, senza sforzo.

Poi c’è la seccatura che bagni il cuscino, ma sono dettagli.

Così vista da fuori sembro una d’acciaio. Niente mi turba, al massimo mi irrito, ma mai nessuno vede come sto davvero.

Sorrido, respiro, resto impassibile: questo è il mio modo per affrontare quello che mi addolora, se è in pubblico.

Poi.

Poi ci sono serate come queste, in cui durante un esercizio di improvvisazione l’insegnante mi ferma e mi chiede di creare una situazione commovente. Mi dice “voglio provare pena per il tuo personaggio”.

E io lo faccio. Carico il personaggio di uno sguardo, una voce, una postura che mi creano disagio. E la situazione si fa così insostenibile che sento le lacrime che spuntano a me che sto recitando, mentre chi guarda si soffia il naso.

E finita la scena io mi sento malinconica come se le cose che ho finto di vivere le avessi vissute davvero.

Amo il teatro: perché almeno in scena, giocando a fare finta, posso essere completamente sincera.

Le famiglie disfunzionali, la condiscendenza, il codice binario

In questi giorni ho capito un sacco di cose di me. Del mio non saper dire sì ma del mio dire sempre forse. Del mio non saper dire mai no, e di cercare di dire “vediamo” anche quando so che non c’è niente da vedere.

Mi sono ritrovata ancora una volta nel teatrino della famiglia amorevole e perfetta, la famiglia in cui nessuno dice la verità, ma tutti diciamo quello che serve per non irritare mio padre, non agitare mio padre, non far star male mio padre.

Così se uno è preoccupato lo nasconde; così non si preoccupa lui. Se sta male lo nasconde. Se è arrabbiato lo nasconde. 

Un sacco di adulti che costruiscono un mondo finto per farlo andare bene a una persona a cui comunque, per definizione, non andrà bene in ogni caso, perché niente va mai bene se non quando tutto è deciso da lui ed è perfetto per lui, tagliato su sua misura. 

E io, che pure ho delle idee, in generale anche ben strutturate, mi trovo in pochi muniti a far parte del meccanismo, a nascondere  quello che penso, a camminare in punta di piedi e sussurrare. Come faceva mia madre. Invece di gridargli che basta, che si arrangi come facciamo tutti, che il mondo non è un posto perfetto e non gira intorno a lui. Incredibilmente.

Così in poche ore mi trasformo nella quindicenne che sono stata, e abbandono i miei panni di adulta consapevole che pure indosso volentieri, non perché mi piaccia essere adulta, ma perché lo sono, e una cosa, se non puoi combatterla, devi abbracciarla stretta.

Così ho capito perché non ho una famiglia mia, (e perché sono molto più simile alle zie che odio di quanto vorrei) e quanto sarebbe stato meglio farmela, invece. Per rompere lo schema, creare una nuova cosa, fatta da me con le mie idee, non vissuta dal fantasma che divento quando sono con loro.

E così ho capito anche che il senso della vita – quello vero, che mi sfugge per colpa di tutto questo teatro famigliare – è come l’1-0 del codice binario: sì o no, senza vie di mezzo.

E improvvisamente tutto ha un senso, un disegno, una facilità, anche, tutta nuova. 

Sì è sì. Forse è no. Dopo è no. Vediamo è no. No è no.

Così disegno la nuova interpretazione del mio passato, ed è diventato tutto chiaro, e mi propongo di vivere il futuro con questa semplicità, che non chiede altro che essere sinceri.

Con se stessi, soprattutto. 

Lezioni di oggi

  1. Avere la glicemia a picco non aiuta a essere lucidi e razionali. Figurarsi positivi.
  2. Appena uso le parole per dire come sto, sto peggio. È come se parlare del dolore che ho dentro lo facesse emergere per intero; meglio tacere.
  3. Se taccio il dolore mette radici.
  4. Distrarsi è una buona soluzione sul breve periodo; ma distrarsi richiede energia. E quando l’energia cala finisce come al punto 1.
  5. Sento i mostri dietro le porte che mi chiamano forte. Se non smettono devo farmi aiutare.
  6. Pensavo di essere guarita. Invece credo che non guarirò mai.

13 dicembre, ore 23:00

Quindi, se si vuole, si può fare tutto, anche quello che sembra impossible. 

Quindi, quello che non si fa è perché non lo si vuole fare, alla fine. 

Tutti quei soldi spesi per farmi studiare non sono stati spesi invano.

O forse sì, se questa, che è la madre di tutte le banalità, la scopro solo stasera. 

Un anno dopo

Un anno fa scrivevo una cosa sulla fine dei desideri.

Un anno dopo è ancora (più) vera. 

Le cose giuste si concretizzano, si solidificano, diventano parte di noi, come le ossa. Ho ossa piccole che si sono saldate insieme, in questi anni, e hanno creato una cosa nuova, che nemmeno sapevo che sarei potuta essere, e invece sono.

La cosa strana è che queste ossa nuove sono nate dall’esercizio del non volere più una cosa, invece che dal volere una cosa a ogni costo.

Il nostro cervello ci ascolta sempre, anche quando non diciamo sul serio.

Autoritratti

Quando scrivo qualcosa a mano, al netto della mia pessima grafia, non riesco a stare negli spazi. Sono troppo grandi quelli grandi, e sono troppo piccoli quelli piccoli. 

Detesto le righe e amo i quadretti; mi fanno sentire protetta, al sicuro, a casa. Ma ho bisogno di quadretti grandi, sennò soffoco.

Oggi raccontavo a un’amica una cosa che avevo dimenticato: il mio esame di Geografia lo feci il 28 marzo del 1996. Lo ricordo perché telefonai a casa per dire che avevo preso 28 (ed era un signor voto perché la professoressa Sereno era l’incubo di tutte le facoltà umanistiche congiunte), e telefonai da un telefono a gettoni di quelli arancioni che era nel corridoio di Palazzo Nuovo, e telefonai per tirar su di morale mia madre, che un paio di giorni prima aveva scoperto di avere il cancro.

Quell’anno diedi l’esame di geografia alla fine di marzo, ne diedi un altro ad aprile, uno a giugno, ed Estetica il 31 luglio: i miei vennero a prendermi in via Po e partimmo subito per la Liguria. Poi diedi Letteratura Italiana il 27 di ottobre. Saltai la sessione di dicembre e ricominciai con gli esami a febbraio. Mia madre era morta il 16 novembre e io ero stata catapultata in questa specie di strano mondo in cui non riuscivo a concentrarmi abbastanza per studiare.

Ricordo poco di quei mesi, ma ricordo che ero stupefatta. E, a essere sincera, un po’ mi sentivo in colpa di aver perso il ritmo.

Oggi, a pensarmi, poco più che ventenne a studiare mentre il mondo mi crollava intorno, ho capito che era il mio modo per tenere chiusa una porta che se l’avessi aperta mi avrebbe spazzato via. E non ero pronta a essere spazzata via.

Poi quella porta l’ho socchiusa e chiusa un tot di volte. Poi l’ho aperta e ho affrontato la tempesta. 

Ogni tanto vado con il pensiero alla me poco più che ventenne e la abbraccio e le dico che sono fiera di lei e la ringrazio perché se oggi faccio il lavoro che faccio è perché lei ha tenuto chiusa la porta e ha studiato fino alla laurea e fino a vincere il concorso.

E Dio sa quanto ne avrei bisogno ora, di una determinazione così feroce.

Quando sono in un periodo difficile, e non capita raramente, mi compare sempre una persona che ha un problema più urgente o più grosso del mio o che reagisce meno di me. Io mi butto alle spalle il mio periodo difficile e mi occupo di chi sta, almeno in apparenza, peggio di me.

Non è mai successo il contrario, e comincio a sospettare che non succederà finché non avrò chiuso fuori quasi tutti; perché quasi nessuno sa come fare per trovare forza e coraggio e lucidità e risposte, e quindi io non ho mai nessuno a cui chiedere aiuto.

Ho voglia di mettere su un’altra casa, ma ho scoperto, stasera mentre camminavo al freddo, che non ho più voglia di vivere da sola. Per pigrizia, soprattutto. Quindi aspetterò che il destino mi apparecchi un disastro abbastanza grande e che mi rimetta in moto.

Stasera, a meeting, a un certo punto, senza motivo, ho pensato alla mia famiglia. È stato un pensiero così improvviso che mi sono messa a pingere davanti a tutti, che è una cosa che non succede mai, e ho poi fatto un pensiero articolato che più che un pensiero è stata un’intuizione: ci sono persone che hanno il destino di non averla, una famiglia. Io sono tra quelle.

Nessuno dei presenti, presi dalla loro recitazione, si è accorto che mi sono messa a piangere.

Se ci penso bene, questa, che la gente non si accorga di quando piango, è la cosa che mi accaduta più spesso nella vita.

Età adulta

Ieri sera, prima di dormire, pensavo che questi anni a Firenze mi hanno cambiato tantissimo.

Sono venuta qui in cerca di una famiglia (e vabbè) che ero morissima, riccissima, con i capelli lunghi, piuttosto in sovrappeso, e con la assoluta necessità di avere qualcuno che si occupasse di me e che mi aiutasse a risolvere i miei problemi.

Avevo anche un bisogno estremo di avere qualcuno a fianco, sempre. Di non sentirmi sola. Di non stare da sola.

Quattro anni dopo, sono normopeso, ho i capelli corti, lisci, biondi.

Mi piace stare da sola; non ho più bisogno di avere qualcuno vicino. Non ho più bisogno di avere una famiglia, né di avere qualcuno che si prenda continuamente cura di me.

Sono quella a cui si chiedono soluzioni. Sono diventata capace di affrontare molti dei miei problemi (non tutti, si sa; ma chi è capace di affrontare tutti i suoi problemi da soli?).

Ieri sera, prima di dormire, pensavo che posso essere fiera di me.

Cose che ti fanno dire “forse non sto tanto bene”

Il medico che mi ha visto oggi mi ha salutato dicendomi “si goda di più la vita”.