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Categoria: Lezioni

Rischiare, forse

Ieri sono uscita a cena e ho ordinato carpaccio di salmone e sogliola agli agrumi.

Dopo qualche minuto mi è stato detto che nessuno dei due piatti era disponibile.

Così ho ordinato altre cose, ed ero senza menù, e allora ho ordinato quello che hanno ordinato quelli che erano a cena con me: insalata di mare e pesce spada alla griglia.

La cosa interessante è che a me non piace né l’insalata di mare né il pesce spada. Ma così, nella fretta, ho pensato che al massimo mangiavo una cosa che non mi piaceva tanto, ma che insomma, valeva la pena di rischiare, no?

Così sono arrivati i miei piatti, ed erano buonissimi.

E questa banalità dice molto della persona che sono diventata e che mi piace essere diventata.

Sradicata

Ci pensavo ieri quando un mio contatto che vive oltreoceano ha pubblicato una foto di un cortile fiorentino: questa non sarà mai casa mia. 

Ci sto bene, a tratti benissimo, ma non sarà mai casa. 

E pensavo che boh per fare casa chissà cosa serve, forse un cuore, forse due che battono insieme che hanno un progetto o insomma una roba così. 

E ho pensato che casa sarà sempre Torino anche se non lo è più in realtà e non lo è da un po’ perché non mi ci trovo è cambiata troppo e non in meglio e le persone sono sparite una a una come è normale che accada col tempo. 

E mentre guidavo verso una cena con amici che non sono davvero amici, ma semplici conoscenti che però è meglio che niente, ho pensato che dovrei trarre ispirazione dalle chiocciole, che la loro casa ce l’hanno con sé, e anche un sacco di altre cose, che le rende lente ma sagge, e possono sempre vivere bene dove sono perché ogni posto è casa. 

E vado a cercare una chiocciola simbolica da portarmi dietro; per ricordarmela, questa cosa qui. 

Le solite lezioni

Oggi parlando di lavoro ho capito che non bisogna mai fidarsi di nessuno e che nessuno ti è mai amico, a meno che non vada tutto benissimo. 

Mai. 

Che palle. 

Priorità 

Dove mettiamo le cose importanti?

Sotto a sostenere le fondamenta della nostra vita? Oppure al centro del salotto? E se le lasciamo sotto a fare il loro lavoro, ogni tanto controlliamo che non ci siano infiltrazioni d’acqua? 

Oppure le lasciamo lì, tanto tengono tutto, e ci occupiamo di dare il bianco, di cambiare i tappeti e di rinnovare le tende? 

Quanto siamo capaci a distinguere le cose urgenti da quelle importanti? E, se sappiamo farlo, ce lo ricordiamo sempre?

E, dato che da quando ho un piede che non va mi rendo conto di quanto siano importanti i miei piedi per vivere una vita normale, che poi vivere una vita normale è il prerequisito essenziale per essere felice, cosa dimentico oltre ai miei piedi quando non mi fanno male?

Cosa posso fare meglio?

Posso davvero fare meglio?

Facendo due conti

Facendo due conti, sono cinque anni e un pezzo che ho il magone della domenica sera. 

Ecco, dopo cinque anni e un pezzo di magone della domenica sera stasera mi è venuto in mente che merito più di così. 

Che merito di vivere senza magoni della domenica sera.

Quindi boh, vediamo che succede. 

Anime sensibili e cuori di ghiaccio

Ho sempre pianto un sacco, da ragazzina. Tanto, e da sola.

Sono una un po’ fatta così, che quando sente l’onda dell’emozione arrivare la smorza, la controlla, respira a fondo, la fa scorrere finché non va via.

In alternativa, penso ad altro.

Al funerale di mia madre canticchiavo Lullaby of birdland.

Quando vado in visita agli ospedali faccio la buffona.

Le emozioni forti le tengo tutte fuori, e l’unica che mi fa piangere in pubblico è la rabbia. Quando sono arrabbiata e litigo piango. Ecco perché non litigo mai. Perché non voglio mettermi a piangere davanti a nessuno.

Preferisco perdere una lite, fare un passo indietro, cancellare metaforicamente dal mio elenco di pensieri quello specifico argomento di discussione, allontanarmi, pur di non litigare e piangere.

Se devo mettermi a discutere, preferisco darti ragione subito, così mi risparmio il frigno, e risparmio fazzoletti di carta.

Si può piangere per ore a fianco di qualcuno che dorme a fianco a te senza che quel qualcuno si svegli. Io lo so, io l’ho fatto. Con più di una persona e più di una volta. Basta controllare il respiro; le lacrime scendono giù silenziose, senza sforzo.

Poi c’è la seccatura che bagni il cuscino, ma sono dettagli.

Così vista da fuori sembro una d’acciaio. Niente mi turba, al massimo mi irrito, ma mai nessuno vede come sto davvero.

Sorrido, respiro, resto impassibile: questo è il mio modo per affrontare quello che mi addolora, se è in pubblico.

Poi.

Poi ci sono serate come queste, in cui durante un esercizio di improvvisazione l’insegnante mi ferma e mi chiede di creare una situazione commovente. Mi dice “voglio provare pena per il tuo personaggio”.

E io lo faccio. Carico il personaggio di uno sguardo, una voce, una postura che mi creano disagio. E la situazione si fa così insostenibile che sento le lacrime che spuntano a me che sto recitando, mentre chi guarda si soffia il naso.

E finita la scena io mi sento malinconica come se le cose che ho finto di vivere le avessi vissute davvero.

Amo il teatro: perché almeno in scena, giocando a fare finta, posso essere completamente sincera.

Not all who wander are lost 

Questo 2017 che mi sta portando velocemente dai 43 ai 44 anni è un anno senza scopo.

Ho smesso di fantasticare oltre le 24 ore, e mi sono lasciata andare alla corrente delle cose; mi sono messa obiettivi piccoli, misurabili, e li perseguo con una tigna che non mi riconosco: non spendere soldi inutilmente, non mangiare male, camminare un poco tutti i giorni, leggere tutti i giorni, staccarmi dal web presto la sera tutti i giorni, pesarmi, mettere la crema anticellulite.

Cose così, senza ambizioni.

Che poi la vita – a meno di essere una persona speciale, con sogni speciali e capacità speciali, e no, non è il mio caso – non è altro che questo: arrivare al fondo di ogni giornata con la sensazione che quella giornata abbia avuto un senso; che sia una giornata che ha avuto senso vivere. Anche solo perché hai mangiato l’hummus, non perché hai salvato il mondo, per dire.

E quindi son qui che mi coccolo questa vita piccola, e vorrei alleggerirmi delle cose pesanti che ho dietro – oggetti, vestiti, libri – che fanno sì che io non possa avere una casa piccola, che invece è quello che voglio: posti piccoli per una vita piccola che mi circondino con calore, e non che mi facciano sentire persa davanti a orizzonti sconfinati.

Non sono i miei, gli orizzonti sconfinati. Non più; o forse non lo sono mai stati, chi lo sa.

E sono sicura che avesse ragione Seneca a dire che all’uomo senza direzione nessun vento è favorevole; ma in questo mio vagare, che non è essermi perduta, ho incontrato tanti posti belli da guardare, e tante cose belle da fare.

E non sto male, no.

Le famiglie disfunzionali, la condiscendenza, il codice binario

In questi giorni ho capito un sacco di cose di me. Del mio non saper dire sì ma del mio dire sempre forse. Del mio non saper dire mai no, e di cercare di dire “vediamo” anche quando so che non c’è niente da vedere.

Mi sono ritrovata ancora una volta nel teatrino della famiglia amorevole e perfetta, la famiglia in cui nessuno dice la verità, ma tutti diciamo quello che serve per non irritare mio padre, non agitare mio padre, non far star male mio padre.

Così se uno è preoccupato lo nasconde; così non si preoccupa lui. Se sta male lo nasconde. Se è arrabbiato lo nasconde. 

Un sacco di adulti che costruiscono un mondo finto per farlo andare bene a una persona a cui comunque, per definizione, non andrà bene in ogni caso, perché niente va mai bene se non quando tutto è deciso da lui ed è perfetto per lui, tagliato su sua misura. 

E io, che pure ho delle idee, in generale anche ben strutturate, mi trovo in pochi muniti a far parte del meccanismo, a nascondere  quello che penso, a camminare in punta di piedi e sussurrare. Come faceva mia madre. Invece di gridargli che basta, che si arrangi come facciamo tutti, che il mondo non è un posto perfetto e non gira intorno a lui. Incredibilmente.

Così in poche ore mi trasformo nella quindicenne che sono stata, e abbandono i miei panni di adulta consapevole che pure indosso volentieri, non perché mi piaccia essere adulta, ma perché lo sono, e una cosa, se non puoi combatterla, devi abbracciarla stretta.

Così ho capito perché non ho una famiglia mia, (e perché sono molto più simile alle zie che odio di quanto vorrei) e quanto sarebbe stato meglio farmela, invece. Per rompere lo schema, creare una nuova cosa, fatta da me con le mie idee, non vissuta dal fantasma che divento quando sono con loro.

E così ho capito anche che il senso della vita – quello vero, che mi sfugge per colpa di tutto questo teatro famigliare – è come l’1-0 del codice binario: sì o no, senza vie di mezzo.

E improvvisamente tutto ha un senso, un disegno, una facilità, anche, tutta nuova. 

Sì è sì. Forse è no. Dopo è no. Vediamo è no. No è no.

Così disegno la nuova interpretazione del mio passato, ed è diventato tutto chiaro, e mi propongo di vivere il futuro con questa semplicità, che non chiede altro che essere sinceri.

Con se stessi, soprattutto. 

Lezioni di oggi

  1. Avere la glicemia a picco non aiuta a essere lucidi e razionali. Figurarsi positivi.
  2. Appena uso le parole per dire come sto, sto peggio. È come se parlare del dolore che ho dentro lo facesse emergere per intero; meglio tacere.
  3. Se taccio il dolore mette radici.
  4. Distrarsi è una buona soluzione sul breve periodo; ma distrarsi richiede energia. E quando l’energia cala finisce come al punto 1.
  5. Sento i mostri dietro le porte che mi chiamano forte. Se non smettono devo farmi aiutare.
  6. Pensavo di essere guarita. Invece credo che non guarirò mai.

I mostri dietro le porte

Chi gioca a Dungeons and Dragons lo sa: ci sono giocatori che hanno paura di morire – anche per finta – e giocatori che non hanno paura di nulla.

I secondi sono quelli che tirano tutte le leve, che aprono tutte le porte, che si divertono quando sono attaccati da orde di mostri, che vanno a solleticare i non morti. Spesso mettono nei guai tutta la brood, ma sanno, in ogni momento, che è un gioco. Muori, rifai il personaggio, ricominci.

Facile. Bello.

Poi ci sono gli altri, quelli che non vogliamo morire mai, che cercano di evitare le trappole, di non far uscire i mostri dalle porte. Si salverebbero sempre, ma se il gioco andasse come vogliono loro non ci sarebbe niente da giocare. Così i master, che sono saggi, fanno uscire i mostri anche da gabbie magicamente chiuse e li fanno attaccare. Così a volte anche i cauti muoiono, perché nella vita, se ci si pensa, si muore tutti, e la vita è solo un gioco un po’ più complicato, niente di più.

Il punto, insomma, è che i mostri arrivano sempre, e ti attaccano sempre.

Solo che, se hai aperto tu la porta, li affronti armata, pronta. Se invece hai cercato in tutti i modi di evitarli ti colpiranno alle spalle, mentre sei distratta, stai pensando ad altro, non sei pronta.

E insomma, alla fine questa cosa di tenere chiuse le porte e sfuggire ai mostri non funziona un cazzo, diciamolo.