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Categoria: Liste

Forse

Il libro va a rilento. 

I piedi fanno male. 

La testa è stanca. 

L’energia di rinnovamento è finita da un pezzo. 

Domani andrà meglio. 

Forse. 

Lezioni di oggi

  1. Avere la glicemia a picco non aiuta a essere lucidi e razionali. Figurarsi positivi.
  2. Appena uso le parole per dire come sto, sto peggio. È come se parlare del dolore che ho dentro lo facesse emergere per intero; meglio tacere.
  3. Se taccio il dolore mette radici.
  4. Distrarsi è una buona soluzione sul breve periodo; ma distrarsi richiede energia. E quando l’energia cala finisce come al punto 1.
  5. Sento i mostri dietro le porte che mi chiamano forte. Se non smettono devo farmi aiutare.
  6. Pensavo di essere guarita. Invece credo che non guarirò mai.

Il bene e il male

Sono successe una serie di cose bellissime, accompagnate da una serie di cose bruttissime, e quindi non sapevo cosa scrivere perché non potevo lagnarmi perché ero anche felice, ma non potevo dire di essere felice perché avevo un pugno in mezzo al cuore.

Brevemente funziona così.

Mi hanno fatto una bellissima proposta di teatro, che ho accettato, e poi l’hanno ritirata, senza motivi espliciti lasciandomi il dubbio che fosse un complotto o fossi incapace. Solo che io ho la sindrome dell’impostore, quindi direi che sono incapace e vabbè, amen, d’altro canto non lo faccio mica di mestiere.

Ho fatto un musical tutto improvvisato ed ero felice come una pazza felice, ma alla fine del musical e degli applausi ho scoperto che il mio gatto, il mio compagno di vita più fedele, quello con cui sono stata più tempo, era entrato nel blocco renale che lo ha fatto morire due giorni dopo. La felicità è evaporata, senza lasciar spazio al lutto, perché il lutto e la felicità per il musical si accoppiano male.

Ho una tazza con la mia foto sopra, sono andata a Trieste e mi sono sentita brava bella e intelligente, e per un istante ho pensato che potrei usare quelle cose lì per fare altro, ma poi mi sono ricordata che non so fare quelle cose lì e che non sono adatta ad altro; quindi lunedì sono entrata in classe come se niente fosse, facendo l’unica cosa che so fare, che è sembrare brava bella e intelligente a degli adolescenti, che, lasciatemelo dire, è facile, davvero.

Sono stata a Trieste che non c’ero mai stata, e ci ho incontrato gente del FriendFeed, che sarà per sempre un po’ la mia famiglia dispersa nel mondo, qualcuno con cui prendere un caffè e parlare una lingua che capiamo solo noi. Ma l’ho fatto da sola, dormendo in un letto King size in cui ho avuto sempre freddo, ed ero sola perché qualcuno ha scelto per me delle cose, e non sono le cose che ho scelto io, ma io rispetto le scelte di tutti: solo, mi allontano quando mi faccio troppo male, e mi sono fatta troppo male, davvero.

Ho guardato una puntata di Gilmore Girls, e Lorelaii diceva I want to want you. E io ho pensato che il mio problema è che quella frase non è mia. La mia è I want you to want me, e non funziona, oh, se non funziona.

E quindi niente, seguo la lezione di DFW, accorcio ancora il tempo fino ad arrivare al secondo, e sto bene. 

Sto bene davvero.

Post ad andamento circolare

L’energia in teatro è tutto ed è un periodo che niente, non scorre. Sono goffa, non riesco a stare attenta, non sono brava, non mi diverto nemmeno, perché per divertirsi bisogna stare bene e su, non sto bene. Da un po’. Un po’ piuttosto lungo.

Diffidare di persone di cui dovresti fidarti perché hai scoperto che sono inaffidabili è stancante.

Non sopporto le critiche, soprattutto quando sono giuste; cerco di accettarle e invece mi autogiustifico (detesto autogiustificarmi) e ci resto male. Ho questo continuo bisogno di sentirmi dire brava, anzi di esserlo, brava, che mi guasta il sapore delle cose quando non lo sono. Ed essere bravi sempre non si può. O forse non sono capace io.

Stasera mi hanno detto che ho dentro un immenso centro di controllo, e che dovrei lasciare andare, perché non mi diverto, non me la godo, mi perdo delle esperienze.

Sono anni che me lo dicono, e più me lo dicono più il mio controllo si affina, perché lasciar andare è difficile, e non so proprio farlo, tipo mai. (E io lo so che è mai, quanto è mai)

E il control freak prende malissimo le critiche e si torna da capo.

Le cose che mi commuovono, puntata ennesima

Hanno iniziato Cristina e Burke, non sposandosi, ormai, che ne so, saranno dieci anni fa. Io ero a casa, un pomeriggio che ero malata, con la stagione scaricata su un PC portatile piccolissimo e scrauso ed ero tutta contenta che Cristina si sposasse (perché il mio eroe era Cristina non Meredith la lagna) con Burke, e lui non si presenta al matrimonio.

E lì, io che non piango mai, o comunque poco, mi ricordo che cominciai a piangere e disperarmi perché in quel momento Burke stava abbandonando me, e lo stava facendo con una scusa orribile, che pure poteva sembrare valida. Per dire che gli stronzi sanno sempre come fare, anche.

Negli anni ho poi scoperto che piango per tutti i servizi sui vigili del fuoco che salvano persone dalle macerie e quando li hanno salvati gli dicono bravo, come se non fossero loro, quelli bravi ad averli salvati.

E piango per le nonnine che dicono cose sagge alla TV e soprattutto per quella signora anziana, di cui si sentiva la telefonata che diceva che lei voleva spedire i tortellini ai Vigili del fuoco, perché loro stavano salvando delle vite ed era domenica e la domenica vanno mangiati i tortellini.

E piango per i video di una TV Danese che fa esperimenti sociali raggruppando le persone con criteri diversi da quelli che usiamo di solito e così le persone scoprono che quelli diversi da loro hanno delle cose in comune con loro anche più importanti di ciò che li definisce diversi.

E, infine, piango alla fine della sesta serie di Gilmore Girls, quando Lorelai dà un ultimatum a Luke e lui dice che le ha solo chiesto di aspettare, e lei dice “I have been waiting for months. Now or never”. E lui tace.

E piango soprattutto quando il giorno dopo lui va da lei e le dice che ha ragione e che possono scappare e stare insieme tutta la vita, e lei ha già aspettato troppo, perché esiste un troppo, anche mentre stai aspettando, e in ogni puntata della sesta stagione si vede Lorelai che diventa sempre un pochino più triste mentre lo aspetta, e lo guarda e gli dice “No. I’m over”.

Che è una frase corta corta che nella mia testa suona come il game over dei videogiochi di quando i videogiochi andavano con le 200 lire e quella cazzo di rana cadeva dal tronco ed erano le ultime 200 lire e non ne avevi altre e dovevi smettere di giocare.

È sempre così incredibile, che una frase corta così possa farti piangere così tanto.

Deviazioni 

Cambiare direzione uno magari pensa che sia una cosa causata da grandi stravolgimenti, qualcosa annunciato da suoni di campane, il culmine di una serie di analisi dettagliate e riflessioni razionali. 

Invece sono dei dettagli trascurabili, messi a caso, oggetti che butti, cose che dimentichi, posti che ti tornano improvvisi alla memoria senza motivo, parole che hai scritto e hai dimenticato di cancellare, parole che non hai scritto ma che ricordi, note vocali lasciate distrattamente sul cellulare mentre guidi, una piccola lacerazione sulla schiena che non sai come ti sei fatta e non guarisce, una lacrima che scende mentre non vorresti, nomi che hai dimenticato, amici che se ne sono andati, amiche che non lo sono più, cambiamenti nelle vite degli altri, i capelli con la ricrescita, la miopia che peggiora velocissima, gli anni che avanzano, i sentieri perduti e quelli ritrovati, le foto che non hai scattato e quelle che avresti fatto meglio a non scattare. 

E tu non sei più tu, e ogni cosa è cambiata, e niente sarà mai più come prima anche se giochi a fare finta di sì, perché giocare a fare finta è la cosa che ti viene meglio nella vita. 

Perché alla fine vivere è un gioco bellissimo, mica molto di più. 

2016, una settimana ancora

Quest’anno ho tardato tanto a scrivere questo post, perché il 2016 è un anno che ricordo male, anche se è ancora qui.

Un anno con sopra una nube spessa grigia grigia che non si è dissolta con il tempo, anzi. È la nube di amare una persona infelice, che è una cosa strana, perché per empatia amare qualcuno infelice rende infelice anche te, e d’altra parte essere felice quando stai con chi non è felice ti fa sentire in colpa.

Se a questo aggiungo che sono una persona di poco memoria, e infatti non ricordo i nomi d i miei compagni di scuola, per dire, ecco che il mio 2016 mi è sembrato vuoto, e farne un bilancio è difficile. Ma i bilanci mi piacciono e cerco di farlo anche questa volta.

Così, 2016:

1) Avevo deciso che avrei fatto tantissimo l’attrice, e ho fatto tantissimo l’attrice. Ho partecipato a un sacco di workshop, a parecchi spettacoli, ne ho visti tanti, ho imparato tante cose, e ho anche guadagnato 30 euro. Se dovessero dirmi che anche nel 2017 faccio così tanto l’attrice firmerei subito; anzi, facciamo che lo faccio di più.

1bis) Ho ricominciato a cantare; non so se riuscirò a continuare, ma, se ci riuscirò, questo contribuirà a fare di me una persona migliore. 

2) Ho letto tanto e ho guardato un sacco di roba su Netflix; quindi sono stata meno in rete, ed è stato bello.

3) Ho visto un sacco di posti nuovi, e in un paio di questi mi sono commossa tanto da come erano perfetti i momenti.

4) Ho parlato poco e mi sono confidata pochissimo; le cose importanti usano poche parole, e non si possono dire a tutti.

5) Ho perso la fede, l’ho ritrovata, ho fatto tanta fatica a mantenerla. E parlo della fede in me.

6) Sono riuscita a non mollare una serie di cose che in anni passati avrei mollato; la resilienza è una qualità importante da apprendere e quest’anno ci ho provato. Per il 2017 sarà fondamentale impararla perché ne avrò bisogno.

7) Nonostante quello che dicevano tutti gli oroscopi, non sono rimasta incinta. E dato che nel 2017 gli anni sono 44 è anche arrivata l’ora di smettere di pensarci. Rimbombano però molto forti dentro di me i motivi per cui non è successo che io abbia avuto un figlio e i motivi per cui non lo avrò. E quei motivi hanno scavato e scavano una ferita profonda nella mia anima, che non è una ferita che si possa riempire con qualcosa. Nemmeno con il teatro, per dire quanto sia una ferita profonda. E questa ferita ha avuto tante conseguenze invisibili, che alla fine, lo so, mi presenteranno il conto da pagare.

8) A un certo punto del 2016, sarà stato settembre, le ottobre, o che ne so, mi sono trovata in mezzo ai cocci infranti dei miei sogni.

9) (il tradizionale bonus track) A giugno si è diplomata benissimo una quinta che ho amato molto. Alcuni dei ragazzi di quella quinta li sento ancora, mi hanno fatto dei regali. Forse, addirittura, mi vogliono bene. Il 2016 è stato un anno di lavoro bellissimo; poi l’anno scolastico iniziato il 1 settembre ha vanificato tutto il bene dell’anno scolastico precedente, ma si è capito che il bello è ricominciare. O così dicono.

Il 2017 sarà l’anno per un sogno nuovo di zecca, perché senza sognare non so essere felice.

La soluzione è la numero 4

Ipotesi per farmi passare il magone:

1) Intimare alle persone che mi vogliono bene di smettere di fare figli.
2) Intimare alle persone che mi vogliono bene di smettere di mandarmi foto dei loro figli.

3) Smettere di essere amica di persone con figli.

4) Andare da uno bravo che mi tolga questo dolore una volta per sempre: la lobotomia potrebbe essere una strada percorribile.

Sparse

Quella cosa di muoversi per mantenere l’equilibrio mi ha preso un po’ la mano, per cui non ho un minuto libero da settimane.

Quando mi fermo, quello che sento salire non mi piace un granché (e sono campionessa di eufemismo per chi se lo chiedesse), così mi invento qualcosa che mi distragga. E ci riesco piuttosto bene.

Sto ingrassando, che è la cosa che più di tutte mi fa capire a fondo quanto sto perdendo la bussola; perché quando sono nella direzione giusta dimagrisco, perché non ho bisogno di zavorra, perché non ho paura di niente.

Mi sento vecchia, triste, impacciata, malinconica ma anche giovanissima, bella, entusiasta, vitale.

Non canto da un po’ e mi manca da morire. Recito tanto e mi piace da pazzi. Studio troppo poco e dovrei, ma soprattutto vorrei, studiare di più.

Mi piacerebbe avere la ricetta di quelli che riescono a fare tutto, compresa la manicure.

Alla fine mi guardo intorno e penso, finalmente, di essere come tutti: un po’ va tutto bene, un po’ va tutto male.

Cose sparse parte ennesima

Ho dei momenti in cui sono la donna che mi piace. Mi capita spesso, ultimamente, e ogni volta è una meraviglia. In generale non dura, ma ho capito che avere una certa età alla fine è la cosa migliore per smettere di stare male inutilmente.

Questo significa che quando sto male sto male utilmente, non che non sto mai male. Sia chiaro. 

Ho preso di nuovo dei treni, dopo più di un mese senza treni, e sono tornata a essere la ragazza con la valigia, che è una cosa che mi piace e che mi stanca molto.

Mi stanca la comunanza con le persone, che sono sempre stanche, tristi, arrabbiate; e io sono empatica e sento tutti questi malumori e sto malissimo.

L’altro giorno pensavo che ogni persona ha in sé qualcosa che la fa unica, e che se vedessimo quel qualcosa ci arrabbieremmo di meno e ci abbracceremmo di più. Ma quel qualcosa viene spesso nascosto da una spessa coltre di rabbia e tristezza e frustrazione e quello che finiamo per vedere delle persone sono le proiezioni delle loro frustrazioni, e le persone frustrate sono brutte. E antipatiche.

Quindi ciao eccezionalità. 

Sembra che le cose possano aver preso una direzione migliore, dopo tanti mesi di buio. Io mi sento in bilico e non mollo la presa, ma so che non dipende affatto da me, alla fine.

Domani vado in scena. Per la prima volta, dopo anni, non ho voglia. Non ho voglia per tutta una serie di dinamiche orribili che si sono instaurate nel nostro gruppo. Ma domani andiamo in scena, e potrebbe essere l’ultima volta, o la prima di molte altre volte. Mi piacerebbe la seconda.

Devo ricominciare a dimagrire.

Ho un paio di scarpe nuove di zecca, viola. Sono scarpe per andare in montagna. Non sono scarpe con il tacco dodici, e questo vuol dire tantissimo di me e del noi che siamo diventati.

Spero non sia un cambiamento di cui dovrò dispiacermi, un giorno.