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Categoria: Saggezza

Salti nel tempo

Oggi timehop mi ha portato la memoria di alcuni 24 di agosto, molto interessanti.

In uno era appena partita l’avventura fiorentina, ed ero tutta piena del sacro fuoco del progetto esistenziale definitivo della mia vita.

In un altro tornavo da un viaggio a Nord ed ero malinconica come sono sempre al ritorno dai viaggi.  

In un terzo ero disperata e mi chiedevo cosa ci facessi a Firenze, che senso avesse la mia vita, quanto presto sarei potuta scappare da questa trappola senza uscita.

In un quarto sognavo una nuova città, una nuova casa, un nuovo progetto, una famiglia (addirittura!), e tutto mi sembrava a portata di mano.

Il sunto è che a volte sto bene, a volte malissimo, non sono morta a Firenze (anzi), non voglio (quasi) più scappare, nessun progetto definitivo è andato in porto, sono successe cose che non mi aspettavo affatto, molte molto belle, sono diventata bionda, mi sono tagliata i capelli e faccio shopping di cose che nella mia testa definisco chic e che mi danno la scusa per mettere scarpe con il tacco basso, dal momento che i piedi vanno come vanno.

Ora qui ci vorrebbe tutto un pippone sui sogni che non diventano realtà – “se puoi sognarlo puoi farlo” è una di quelle cagate sesquipedali che ti si appiccicano addosso e non te ne liberi più, davvero; ma è vero che se non lo sogni nemmeno non cominci nemmeno a provare, a farlo – e sulla resilienza. Ma la resilienza è divenuta così di moda che il mio animo snob e truzzo schifa le mode, così dico che semplicemente sono sopravvissuta.

Ho delle cicatrici enormi, alcune mi deturpano l’anima, e lo vedo dallo sguardo quanto sono profonde, ma, cazzo, somo sopravvissuta. 

Non mi sono buttata giù da un viadotto sulla FI-PI-LI, ho tenuto botta, non ho ricominciato a prendere gli antidepressivi e sono spesso di umore accettabile.

Sono più cinica, ci credo di meno, non sogno quasi più niente. Ma viva. In piedi. Sorridente.

E vaffanculo. Non è poco.

No, donna, no.

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Sradicata

Ci pensavo ieri quando un mio contatto che vive oltreoceano ha pubblicato una foto di un cortile fiorentino: questa non sarà mai casa mia. 

Ci sto bene, a tratti benissimo, ma non sarà mai casa. 

E pensavo che boh per fare casa chissà cosa serve, forse un cuore, forse due che battono insieme che hanno un progetto o insomma una roba così. 

E ho pensato che casa sarà sempre Torino anche se non lo è più in realtà e non lo è da un po’ perché non mi ci trovo è cambiata troppo e non in meglio e le persone sono sparite una a una come è normale che accada col tempo. 

E mentre guidavo verso una cena con amici che non sono davvero amici, ma semplici conoscenti che però è meglio che niente, ho pensato che dovrei trarre ispirazione dalle chiocciole, che la loro casa ce l’hanno con sé, e anche un sacco di altre cose, che le rende lente ma sagge, e possono sempre vivere bene dove sono perché ogni posto è casa. 

E vado a cercare una chiocciola simbolica da portarmi dietro; per ricordarmela, questa cosa qui. 

Facendo due conti

Facendo due conti, sono cinque anni e un pezzo che ho il magone della domenica sera. 

Ecco, dopo cinque anni e un pezzo di magone della domenica sera stasera mi è venuto in mente che merito più di così. 

Che merito di vivere senza magoni della domenica sera.

Quindi boh, vediamo che succede. 

Not all who wander are lost 

Questo 2017 che mi sta portando velocemente dai 43 ai 44 anni è un anno senza scopo.

Ho smesso di fantasticare oltre le 24 ore, e mi sono lasciata andare alla corrente delle cose; mi sono messa obiettivi piccoli, misurabili, e li perseguo con una tigna che non mi riconosco: non spendere soldi inutilmente, non mangiare male, camminare un poco tutti i giorni, leggere tutti i giorni, staccarmi dal web presto la sera tutti i giorni, pesarmi, mettere la crema anticellulite.

Cose così, senza ambizioni.

Che poi la vita – a meno di essere una persona speciale, con sogni speciali e capacità speciali, e no, non è il mio caso – non è altro che questo: arrivare al fondo di ogni giornata con la sensazione che quella giornata abbia avuto un senso; che sia una giornata che ha avuto senso vivere. Anche solo perché hai mangiato l’hummus, non perché hai salvato il mondo, per dire.

E quindi son qui che mi coccolo questa vita piccola, e vorrei alleggerirmi delle cose pesanti che ho dietro – oggetti, vestiti, libri – che fanno sì che io non possa avere una casa piccola, che invece è quello che voglio: posti piccoli per una vita piccola che mi circondino con calore, e non che mi facciano sentire persa davanti a orizzonti sconfinati.

Non sono i miei, gli orizzonti sconfinati. Non più; o forse non lo sono mai stati, chi lo sa.

E sono sicura che avesse ragione Seneca a dire che all’uomo senza direzione nessun vento è favorevole; ma in questo mio vagare, che non è essermi perduta, ho incontrato tanti posti belli da guardare, e tante cose belle da fare.

E non sto male, no.

I mostri dietro le porte

Chi gioca a Dungeons and Dragons lo sa: ci sono giocatori che hanno paura di morire – anche per finta – e giocatori che non hanno paura di nulla.

I secondi sono quelli che tirano tutte le leve, che aprono tutte le porte, che si divertono quando sono attaccati da orde di mostri, che vanno a solleticare i non morti. Spesso mettono nei guai tutta la brood, ma sanno, in ogni momento, che è un gioco. Muori, rifai il personaggio, ricominci.

Facile. Bello.

Poi ci sono gli altri, quelli che non vogliamo morire mai, che cercano di evitare le trappole, di non far uscire i mostri dalle porte. Si salverebbero sempre, ma se il gioco andasse come vogliono loro non ci sarebbe niente da giocare. Così i master, che sono saggi, fanno uscire i mostri anche da gabbie magicamente chiuse e li fanno attaccare. Così a volte anche i cauti muoiono, perché nella vita, se ci si pensa, si muore tutti, e la vita è solo un gioco un po’ più complicato, niente di più.

Il punto, insomma, è che i mostri arrivano sempre, e ti attaccano sempre.

Solo che, se hai aperto tu la porta, li affronti armata, pronta. Se invece hai cercato in tutti i modi di evitarli ti colpiranno alle spalle, mentre sei distratta, stai pensando ad altro, non sei pronta.

E insomma, alla fine questa cosa di tenere chiuse le porte e sfuggire ai mostri non funziona un cazzo, diciamolo.

Bersani, Samuele

Oggi andando a scuola nell’Ipod passava Bersani, e mi sono sorpresa con un pugno di angoscia in mezzo allo stomaco, e mi sono ritrovata giovane – tanto più giovane di ora – quando ancora in testa avevo il futuro e lo aspettavo con ansia, pensando e immaginando come fosse avere il nome sul citofono.

E poi d’un tratto mi sono resa conto che ho il nome sul citofono da un bel pezzo, e ho avuto una casa mia, e altre case, un po’ mie e un po’ no, e mi sono trovata a piangere, perché la vita è andata proprio diversa da come mi immaginavo, e la maggior parte delle cose sono già passate, e non saranno più diverse da così. Non in quel modo lì, per intenderci, perché diverse lo saranno per forza.

E ho pensato che da qualche giorno ho una app che si intitola Track your happiness che è una app che a tradimento ti chiede come stai, che stai facendo con chi sei. E te lo chiede in momenti diversi della giornata, ma più volte.

La cosa interessante è che se guardo le mie risposte, e sono tutte sincere, viene fuori un quadro positivo di me, eppure io non mi sento né bene, né posso definirmi soddisfatta, o minimamente felice. Ma ho imparato, e me lo ha insegnato David Foster Wallace in Infinite Jest che il tempo va diviso in unità sempre più piccole, per renderti la vita sopportabile, e lo faccio così bene, e così da tanto tempo, che ho sempre istanti perfetti: è quando li guardo insieme, che ne viene fuori un quadro fosco.

Ma io non li guardo mai insieme, perché lo so, che fine si fa a guardarli tutti insieme. E, infatti, David Foster Wallace non è più qui da un sacco di tempo.

La scoperta del 4 ottobre

Ho vissuto gli ultimi anni credendomi un sacco di cazzate.

Poi oggi parlando con una amica ho sentito in mezzo al cuore che cose si fanno, non si dicono.

E con questo dichiaro definitivamente chiusa questa fase della mia vita.
Avanti sempre e sempre avanti (e, nel caso, ci sono sempre le benzadiazepine)

“Non c’è niente dietro”

Domani devo fare una cosa che speravo di non dover fare mai.

Sabato, quando me ne sono resa conto, ho sentito un piccolo crack dentro, di quelli che sul momento pensi che sono così piccoli che non potrà essere successo niente di grave, ma poi ti trovi il bicchiere in un milione di pezzi, perché l’urto è stato nullo, ma è stato proprio sul punto di rottura perfetto.

Ho raccolto le briciole e le ho messe da parte, in un sacchettino, e mi sono ripromessa di stare nel presente da qui fino al giorno della mia morte.

Voglio cose che si toccano, profumi, tessuti piacevoli al tatto, tramonti mozzafiato, musica bellissima, libri emozionanti, cibo buonissimo. Voglio stare bene di salute, e niente altro.

Perché “non c’è niente dietro”, come scrivevo ieri. E c’è poco davanti. 

Il rasoio di Occam

Stasera mentre ero sotto la doccia Occam è venuto a visitarmi sotto forma del pensiero “non si possono fare solo le cose che non si vogliono fare”. 

Poi lo spirito del Buddha è venuto a ricordarmi che non esiste il destino ma esistono solo scelte; e anche subire la scelta di altri è una scelta.

A parte che è difficile fare la doccia da soli, avere due compagni così, nel cervello, è quella cosa che adesso mi fa mettere lo smalto rosso, che mi pare sia la cosa migliore da fare nella vita in generale.

Assumersi la responsabilità capitolo ennesimo

Se nella mia vita non ci sono certe cose, e se ci sono solo persone che con me non vogliono quelle certe cose, è evidentemente perché io non voglio quelle cose e non amo le persone che quelle cose le vogliono.

Una volta è un caso. Due volte è sfiga. Tutte le volte, anche se non ne sono cosciente, è una scelta.

Il lamenti stanno a zero.