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Categoria: Sconfitte

20 giugno

Domani inizia l’ennesima maturità, fa caldo, non ho voglia di niente. 

Ho il piede sinistro gonfio, senza motivo e senza che accenni a migliorare.

Sono efficiente, concentrata, impegnata: vedo persone abbronzate che fanno programmi per l’estate mentre compilo to do list impossibili.

Ho la casa trascurata, ho voglia di leggere, ho voglia di silenzio, di traslocare, di dormire, di non svegliarmi.

Volevo un romanzo, ho ricevuto la puntata di un telefilm di sere B di cui so le battute a memoria.

 Vado dormire, che serve.

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Le famiglie disfunzionali, la condiscendenza, il codice binario

In questi giorni ho capito un sacco di cose di me. Del mio non saper dire sì ma del mio dire sempre forse. Del mio non saper dire mai no, e di cercare di dire “vediamo” anche quando so che non c’è niente da vedere.

Mi sono ritrovata ancora una volta nel teatrino della famiglia amorevole e perfetta, la famiglia in cui nessuno dice la verità, ma tutti diciamo quello che serve per non irritare mio padre, non agitare mio padre, non far star male mio padre.

Così se uno è preoccupato lo nasconde; così non si preoccupa lui. Se sta male lo nasconde. Se è arrabbiato lo nasconde. 

Un sacco di adulti che costruiscono un mondo finto per farlo andare bene a una persona a cui comunque, per definizione, non andrà bene in ogni caso, perché niente va mai bene se non quando tutto è deciso da lui ed è perfetto per lui, tagliato su sua misura. 

E io, che pure ho delle idee, in generale anche ben strutturate, mi trovo in pochi muniti a far parte del meccanismo, a nascondere  quello che penso, a camminare in punta di piedi e sussurrare. Come faceva mia madre. Invece di gridargli che basta, che si arrangi come facciamo tutti, che il mondo non è un posto perfetto e non gira intorno a lui. Incredibilmente.

Così in poche ore mi trasformo nella quindicenne che sono stata, e abbandono i miei panni di adulta consapevole che pure indosso volentieri, non perché mi piaccia essere adulta, ma perché lo sono, e una cosa, se non puoi combatterla, devi abbracciarla stretta.

Così ho capito perché non ho una famiglia mia, (e perché sono molto più simile alle zie che odio di quanto vorrei) e quanto sarebbe stato meglio farmela, invece. Per rompere lo schema, creare una nuova cosa, fatta da me con le mie idee, non vissuta dal fantasma che divento quando sono con loro.

E così ho capito anche che il senso della vita – quello vero, che mi sfugge per colpa di tutto questo teatro famigliare – è come l’1-0 del codice binario: sì o no, senza vie di mezzo.

E improvvisamente tutto ha un senso, un disegno, una facilità, anche, tutta nuova. 

Sì è sì. Forse è no. Dopo è no. Vediamo è no. No è no.

Così disegno la nuova interpretazione del mio passato, ed è diventato tutto chiaro, e mi propongo di vivere il futuro con questa semplicità, che non chiede altro che essere sinceri.

Con se stessi, soprattutto. 

Il bene e il male

Sono successe una serie di cose bellissime, accompagnate da una serie di cose bruttissime, e quindi non sapevo cosa scrivere perché non potevo lagnarmi perché ero anche felice, ma non potevo dire di essere felice perché avevo un pugno in mezzo al cuore.

Brevemente funziona così.

Mi hanno fatto una bellissima proposta di teatro, che ho accettato, e poi l’hanno ritirata, senza motivi espliciti lasciandomi il dubbio che fosse un complotto o fossi incapace. Solo che io ho la sindrome dell’impostore, quindi direi che sono incapace e vabbè, amen, d’altro canto non lo faccio mica di mestiere.

Ho fatto un musical tutto improvvisato ed ero felice come una pazza felice, ma alla fine del musical e degli applausi ho scoperto che il mio gatto, il mio compagno di vita più fedele, quello con cui sono stata più tempo, era entrato nel blocco renale che lo ha fatto morire due giorni dopo. La felicità è evaporata, senza lasciar spazio al lutto, perché il lutto e la felicità per il musical si accoppiano male.

Ho una tazza con la mia foto sopra, sono andata a Trieste e mi sono sentita brava bella e intelligente, e per un istante ho pensato che potrei usare quelle cose lì per fare altro, ma poi mi sono ricordata che non so fare quelle cose lì e che non sono adatta ad altro; quindi lunedì sono entrata in classe come se niente fosse, facendo l’unica cosa che so fare, che è sembrare brava bella e intelligente a degli adolescenti, che, lasciatemelo dire, è facile, davvero.

Sono stata a Trieste che non c’ero mai stata, e ci ho incontrato gente del FriendFeed, che sarà per sempre un po’ la mia famiglia dispersa nel mondo, qualcuno con cui prendere un caffè e parlare una lingua che capiamo solo noi. Ma l’ho fatto da sola, dormendo in un letto King size in cui ho avuto sempre freddo, ed ero sola perché qualcuno ha scelto per me delle cose, e non sono le cose che ho scelto io, ma io rispetto le scelte di tutti: solo, mi allontano quando mi faccio troppo male, e mi sono fatta troppo male, davvero.

Ho guardato una puntata di Gilmore Girls, e Lorelaii diceva I want to want you. E io ho pensato che il mio problema è che quella frase non è mia. La mia è I want you to want me, e non funziona, oh, se non funziona.

E quindi niente, seguo la lezione di DFW, accorcio ancora il tempo fino ad arrivare al secondo, e sto bene. 

Sto bene davvero.

Post ad andamento circolare

L’energia in teatro è tutto ed è un periodo che niente, non scorre. Sono goffa, non riesco a stare attenta, non sono brava, non mi diverto nemmeno, perché per divertirsi bisogna stare bene e su, non sto bene. Da un po’. Un po’ piuttosto lungo.

Diffidare di persone di cui dovresti fidarti perché hai scoperto che sono inaffidabili è stancante.

Non sopporto le critiche, soprattutto quando sono giuste; cerco di accettarle e invece mi autogiustifico (detesto autogiustificarmi) e ci resto male. Ho questo continuo bisogno di sentirmi dire brava, anzi di esserlo, brava, che mi guasta il sapore delle cose quando non lo sono. Ed essere bravi sempre non si può. O forse non sono capace io.

Stasera mi hanno detto che ho dentro un immenso centro di controllo, e che dovrei lasciare andare, perché non mi diverto, non me la godo, mi perdo delle esperienze.

Sono anni che me lo dicono, e più me lo dicono più il mio controllo si affina, perché lasciar andare è difficile, e non so proprio farlo, tipo mai. (E io lo so che è mai, quanto è mai)

E il control freak prende malissimo le critiche e si torna da capo.

2016, una settimana ancora

Quest’anno ho tardato tanto a scrivere questo post, perché il 2016 è un anno che ricordo male, anche se è ancora qui.

Un anno con sopra una nube spessa grigia grigia che non si è dissolta con il tempo, anzi. È la nube di amare una persona infelice, che è una cosa strana, perché per empatia amare qualcuno infelice rende infelice anche te, e d’altra parte essere felice quando stai con chi non è felice ti fa sentire in colpa.

Se a questo aggiungo che sono una persona di poco memoria, e infatti non ricordo i nomi d i miei compagni di scuola, per dire, ecco che il mio 2016 mi è sembrato vuoto, e farne un bilancio è difficile. Ma i bilanci mi piacciono e cerco di farlo anche questa volta.

Così, 2016:

1) Avevo deciso che avrei fatto tantissimo l’attrice, e ho fatto tantissimo l’attrice. Ho partecipato a un sacco di workshop, a parecchi spettacoli, ne ho visti tanti, ho imparato tante cose, e ho anche guadagnato 30 euro. Se dovessero dirmi che anche nel 2017 faccio così tanto l’attrice firmerei subito; anzi, facciamo che lo faccio di più.

1bis) Ho ricominciato a cantare; non so se riuscirò a continuare, ma, se ci riuscirò, questo contribuirà a fare di me una persona migliore. 

2) Ho letto tanto e ho guardato un sacco di roba su Netflix; quindi sono stata meno in rete, ed è stato bello.

3) Ho visto un sacco di posti nuovi, e in un paio di questi mi sono commossa tanto da come erano perfetti i momenti.

4) Ho parlato poco e mi sono confidata pochissimo; le cose importanti usano poche parole, e non si possono dire a tutti.

5) Ho perso la fede, l’ho ritrovata, ho fatto tanta fatica a mantenerla. E parlo della fede in me.

6) Sono riuscita a non mollare una serie di cose che in anni passati avrei mollato; la resilienza è una qualità importante da apprendere e quest’anno ci ho provato. Per il 2017 sarà fondamentale impararla perché ne avrò bisogno.

7) Nonostante quello che dicevano tutti gli oroscopi, non sono rimasta incinta. E dato che nel 2017 gli anni sono 44 è anche arrivata l’ora di smettere di pensarci. Rimbombano però molto forti dentro di me i motivi per cui non è successo che io abbia avuto un figlio e i motivi per cui non lo avrò. E quei motivi hanno scavato e scavano una ferita profonda nella mia anima, che non è una ferita che si possa riempire con qualcosa. Nemmeno con il teatro, per dire quanto sia una ferita profonda. E questa ferita ha avuto tante conseguenze invisibili, che alla fine, lo so, mi presenteranno il conto da pagare.

8) A un certo punto del 2016, sarà stato settembre, le ottobre, o che ne so, mi sono trovata in mezzo ai cocci infranti dei miei sogni.

9) (il tradizionale bonus track) A giugno si è diplomata benissimo una quinta che ho amato molto. Alcuni dei ragazzi di quella quinta li sento ancora, mi hanno fatto dei regali. Forse, addirittura, mi vogliono bene. Il 2016 è stato un anno di lavoro bellissimo; poi l’anno scolastico iniziato il 1 settembre ha vanificato tutto il bene dell’anno scolastico precedente, ma si è capito che il bello è ricominciare. O così dicono.

Il 2017 sarà l’anno per un sogno nuovo di zecca, perché senza sognare non so essere felice.

13 dicembre, ore 23:00

Quindi, se si vuole, si può fare tutto, anche quello che sembra impossible. 

Quindi, quello che non si fa è perché non lo si vuole fare, alla fine. 

Tutti quei soldi spesi per farmi studiare non sono stati spesi invano.

O forse sì, se questa, che è la madre di tutte le banalità, la scopro solo stasera. 

Sommario

Ieri sera a un certo punto mi sono chiesta “chi comanda nella mia vita?” e ho pensato a questi versi che avevo sentito per la prima volta nel film su Mandela Io sono il padrone del mio destino. Il capitano della mia anima e mi sono sentita per un istante centrata e onnipotente che poi è come vorrei sempre sentirmi: magari non esattamente onnipotente, ma decisamente centrata. 

Oggi ho finito di leggere l’ultimo romanzo di Safran Foer e ne ho sottolineato mezzo; un romanzo così pieno di sofferenza e di accettazione del destino, e di infelicità e di incapacità a essere felici quando invece a pensarci la felicità è una cosa semplice. E questo libro, o almeno interi pezzi di esso, potrei averle scritte io o potrebbero essere gli appunti del mio analista se avessi un analista che invece non ho. Alla fine, insomma, leggevo di tutto questo dolore e questa insoddisfazione e mi sono scoperta a dirmi che non voglio essere così, anche se lo sono più di quanto ho il coraggio e la voglia di ammettere.

Poi nel pomeriggio un collega mi ha fatto presente che sono acida, e in questa sorta di accusa era ovviamente sottinteso tutto quello che pensa un uomo quando dice a una donna che è acida. E io pensavo che non è acidità; è infelicità, probabilmente.

Così pensavo a me e mi pensavo all’interno delle dinamiche che avevo letto nel romanzo e pensavo che come dice Safran Foer se si cerca eccessivamente la felicità si perde la soddisfazione, e io non sono né soddisfatta né felice davvero da un po’, da quando ho capito quella cosa delle illusioni di aspettative e ho smesso di credere alle illusioni.

Solo che a volte quello che c’è nella realtà e non nelle aspettative non è all’altezza; alla fine, forse, è tutto qui.

Inventario dei danni

Ieri sono stata a un matrimonio.

E lì, circondata dalla gioia degli invitati e dalla commozione degli sposi, belli, giovani, pieni di speranza, ho capito che i tradimenti scoperti, le illusioni mai diventate realtà, i sogni infranti, gli abbandoni, i silenzi, le distanze, mi hanno reso una persona cinica e incapace di sperare e credere nel futuro è nelle persone. 

Sono diventata una persona che non mi piace, e che non so da che parte cominciare a cambiare. 

Come diceva quel tale “quando sto bene non scrivo perché esco”

Non scrivo da un po’.

Di solito quando non scrivo è perché sto bene, e il bene si racconta male.

Invece questa volta non scrivo perché sto troppo male per trovare le parole. Non è un male di qualcosa, ma è proprio che qualcosa si è rotto dentro, questa volta, e le rotture si raccontano malissimo.

Non c’è stato nemmeno un crack; niente.

Una mattina mi sono svegliata che ero così. Mi alzo, faccio cose (faccio un sacco di cose) vedo gente. Mi succedono cose belle, cose così così, non mi succedono per fortuna cose brutte, mangio, leggo, vado a dormire.

Non ho spunti, non ho emozioni che valga la pena di raccontare, non ho energia per programmare niente che non sia fare le cose spendendo meno energie possibile.

Rimando cose che potrei fare oggi, penso a cose che non potrò fare più. Le ho viste scivolare via in questi anni, una dopo l’altra, per un po’ mi ci sono aggrappata, a queste illusioni di alternative che mi tenevano compatta, con un centro, poi ho capito che è meglio non avere niente, rispetto a sperare in una cosa falsa e le ho salutate, scoprendo che sopravviverò lo stesso senza, perché si sopravvive a tutto, anche al deserto.

Ogni tanto mi risveglio e mi sento ingrata nei confronti della vita che mi ha dato è mi dà tantissimo e io non la ringrazio adeguatamente, e non sono nemmeno lì che recrimino, perché non ho nulla su cui recriminare; è solo un momento lunghissimo di vuoto.

La notizia è che non ho proprio voglia di riempirlo, perché sono stanca, sono stufa, sono annoiata.

Si può vivere vuoti, alla fine. Non è un granché, ma sono tante le cose che non lo sono, un granché, e questa non è nemmeno la peggiore.

“Non c’è niente dietro”

Domani devo fare una cosa che speravo di non dover fare mai.

Sabato, quando me ne sono resa conto, ho sentito un piccolo crack dentro, di quelli che sul momento pensi che sono così piccoli che non potrà essere successo niente di grave, ma poi ti trovi il bicchiere in un milione di pezzi, perché l’urto è stato nullo, ma è stato proprio sul punto di rottura perfetto.

Ho raccolto le briciole e le ho messe da parte, in un sacchettino, e mi sono ripromessa di stare nel presente da qui fino al giorno della mia morte.

Voglio cose che si toccano, profumi, tessuti piacevoli al tatto, tramonti mozzafiato, musica bellissima, libri emozionanti, cibo buonissimo. Voglio stare bene di salute, e niente altro.

Perché “non c’è niente dietro”, come scrivevo ieri. E c’è poco davanti.