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Categoria: Viaggi

Not all who wander are lost 

Questo 2017 che mi sta portando velocemente dai 43 ai 44 anni è un anno senza scopo.

Ho smesso di fantasticare oltre le 24 ore, e mi sono lasciata andare alla corrente delle cose; mi sono messa obiettivi piccoli, misurabili, e li perseguo con una tigna che non mi riconosco: non spendere soldi inutilmente, non mangiare male, camminare un poco tutti i giorni, leggere tutti i giorni, staccarmi dal web presto la sera tutti i giorni, pesarmi, mettere la crema anticellulite.

Cose così, senza ambizioni.

Che poi la vita – a meno di essere una persona speciale, con sogni speciali e capacità speciali, e no, non è il mio caso – non è altro che questo: arrivare al fondo di ogni giornata con la sensazione che quella giornata abbia avuto un senso; che sia una giornata che ha avuto senso vivere. Anche solo perché hai mangiato l’hummus, non perché hai salvato il mondo, per dire.

E quindi son qui che mi coccolo questa vita piccola, e vorrei alleggerirmi delle cose pesanti che ho dietro – oggetti, vestiti, libri – che fanno sì che io non possa avere una casa piccola, che invece è quello che voglio: posti piccoli per una vita piccola che mi circondino con calore, e non che mi facciano sentire persa davanti a orizzonti sconfinati.

Non sono i miei, gli orizzonti sconfinati. Non più; o forse non lo sono mai stati, chi lo sa.

E sono sicura che avesse ragione Seneca a dire che all’uomo senza direzione nessun vento è favorevole; ma in questo mio vagare, che non è essermi perduta, ho incontrato tanti posti belli da guardare, e tante cose belle da fare.

E non sto male, no.

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Partenze

Sono sull’autobus che porta a Pisa, dove prenderò un aereo per Lisbona. 

Mi porto dietro venti ragazzi, la maggior parte dei quali non hanno mai visto niente di più lontano di piazza del duomo. 

Loro sono emozionati, io incredula di prendere un aereo senza avere te dalla parte del finestrino e senza stringerti la mano mentre decolliamo. 

Vado a scoprire se il mondo che vedo senza di te avrà lo stesso sapore di quello che vedo con te. 

La donna dentro

Qui sopra, non so quando, ma sono sicura di averlo fatto, una volta ho raccontato di soffrire di dismorfofobia al contrario; ovvero, mi immagino più bella di come sono. Più bella, più magra, più aggraziata, più elegante, più (aggiungere aggettivo qualificativo con valore positivo a piacere).

Poi, nel 2015 ho pensato che ero diventata davvero troppo brutta, da non guardarmi più allo specchio, e non è un modo di dire, quindi mi sono messa a dieta e, l’ho raccontato già, la mia vita è cambiata.

In meglio.

Per dire, oggi sono uscita in minigonna, mi guardo allo specchio e mi piaccio, faccio ginnastica per tonificarmi, rinuncio volentieri a un dolce perché non ne ho più voglia, o, meglio, mangio dolci volentieri quando c’è l’occasione, godendomela, e senza sentirmi in colpa; magari il giorno dopo mangio un pochino meno pane, o faccio una passeggiata più lunga.

E in questo equilibrio meraviglioso, mi sono ripromessa di diventare più ordinata, di curare di più non solo me stessa ma anche la mia casa, le mie mani, i miei capelli, le mie cose.

Ogni tanto ho la tentazione di stirare. Non ci sono ancora cascata, ma secondo me ci siamo vicini.

Poi giovedì comincio un percorso di rieducazione grafica, perché scrivo male, lentamente, a fatica e con dolore. E non so leggere quello che scrivo, per dire quanto male.

E la settimana scorsa parlando con la persona che mi seguirà e mi ha chiesto perché volessi farlo, ho detto d’un fiato “perché dentro di me c’è una donna leggera leggiadra elegante che scrive bene con gli svolazzi, che ha senso artistico, ma è imprigionata in questo corpo pesante, e in questa mano pesante. Voglio farla nascere; o almeno darle la possibilità”. 

Ecco. Forse non è che sono dismorfofobica al contrario.

Forse io potrei essere come mi immagino; devo solo trovare il coraggio di lasciarla uscire, quella bellissima donna lì.

Il 2015, come da tradizione

Il 2015 mi ha fatto capire delle cose che devo ancora capire se sono importanti, per dire che anno strano che è stato.

Per esempio ho capito che se delle cose brutte capitano a chi ami è come se capitassero a te; quindi ieri cercavo di fare una top ten dell’anno e all’inizio pensavo che dopo un anno così trovare dieci cose belle fosse impossibile, e invece ne ho un sacco di cose belle, ma che hanno un’ombra sopra perché chi amo non è felice, a amare chi non è felice rende difficile la felicità.

Comunque se dovessi dire, da 10 a 1 come è andato quest’anno qui, direi così.

10) Ho preso una certificazione linguistica. Questo non significa che improvvisamente io sappia l’inglese (no, non lo so), ma significa che posso leggere un libro in inglese senza strapparmi i capelli, che posso andare a Londra e capire dove sto andando. E anche quello che sto mangiando. Non capisco se mi chiedono “a lighter”, questo no. Ma solo perché capisco che mi chiedono se ho visto “Eliza” e io non so chi è Eliza. E insomma, ok, è bene lavorarci, sull’ascolto.
9) A 42 anni ho dormito per la prima volta in tenda. E sono stata in campeggio. In montagna. Al freddo. E, oh, ho dormito benissimo, con tanto di cappello di lana. Ho capito cosa significhi davvero sentirsi liberi in un istante perfetto davanti a una cascata, avendo con me tutto quello di cui avevo bisogno, ed essendo circondata da persone che amo. Mi sono sorpresa a pensare “allora è questa la felicità, questa assenza di pensieri di preoccupazioni, di “ma”. La felicità spettina, ma è riposante.
8) Ho imparato che amo il mare. Dopo anni di terrore perché ho questa pelle bianca impossibile, amo stare al sole (poco, con il contagocce, ma mi piace). Mi piace svegliarmi la mattina con il mare davanti, avere giornate davanti in cui l’unico pensiero è decidere se spostare o no la sdraio e fare la paperetta a mollo. Poi, è ovvio che mi piace il mare perché qualcuno mi ha regalato dieci giorni all’Elba e che se vado a Rimini magari il mare non mi piace (ma a marzo sono stata a Rimini e mi è piaciuto un sacco), ed è ovvio che tutta questa gioia fosse legata ad altro, al come, al chi, al dormire abbracciata per tante notti a chi amo. Ma secondo me senza mare è peggio.
7) Sono stata a Londra. Ero una di quelle che non era mai stata a Londra e adesso ci sono stata. Ho fatto Londra in un giorno e mezzo non ho visto niente, ho capito poco; ho capito solo che devo tornarci assolutamente e presto, perché la voglio imparare, Londra.
6) Ho fatto un debutto ai Match di improvvisazione teatrale e ho fatto un punto, tutta da sola. Ho sentito la luce addosso, ho visto le facce del pubblico che sorrideva, ho sentito le grida di incoraggiamento e gli applausi. Faccio troppo poco l’attrice. Dovrei fare molto di più l’attrice. Conservare le energie per fare soprattutto l’attrice. Questa cosa qui me la metto nel 2016, e vediamo come va a finire.
5) Ho tagliato i capelli. A un certo punto dell’anno ho capito che mi portavo dietro troppe cose, che la me interiore non era più quella lì che vedevo allo specchio e ho fatto diventare quella allo specchio come quella che sentivo dentro. Da quel giorno quando mi guardo allo specchio mi dico, spesso a voce alta “sei bella, donna”. E se non è un regalo questo, dico io.
4) Ho perso dei chili. Ho fatto una dieta. Anzi. Sto facendo una dieta. Ho cambiato modo di mangiare. Cucino. Non mangio dolci se non in occasioni speciali. Cerco di andare a lavorare a piedi ogni volta che posso. Sto facendo lezioni di Pilates. Ho ricominciato a praticare con una discreta costanza. Ho preso in mano la mia vita e sto cercando di rispettarla e di farla rispettare agli altri. Questa semplice cosa ha cambiato il Focus della mia giornata, ha modificato il mio modo di pensare. E per un sacco di mesi ha modificato in meglio il mio umore. Insomma, quella cosa della mente sana in corpo sano è vera.
3) Ho passato un weekend a Vienna. Era un regalo di compleanno e doveva essere perfetto. Non è stato perfetto, ma pieno di ombre, ma a Vienna ho mangiato la Sacher e ho fatto l’amore. E mi è parso che sia ricominciato tutto.
2) Ho ricevuto in regalo l’Islanda, che è una cosa troppo grossa da raccontare in due righe. Ma l’Islanda fa piangere, tanto è bella. E secondo me le cose che fanno piangere quando sono belle, nella vita di una persona ci stanno benissimo.
1) Ho perso un anello importante. Ho ricevuto in cambio un anello importante.
Bonus track: ieri la collega sul sostegno nella mia quinta mi ha detto “ormai è tanti anni che insegni; ti piace ancora?” E io senza nemmeno pensarci, con un tempo teatrale perfetto, ho detto “da morire”. Oh, che figata.

Il 2015 è stato anche un anno di grande dolore. Dolore fisico, soprattutto. Di malattia. Di sospetto. Di desiderio di vendetta. Di tentativi (spesso vani) di perdonare. Di gelosia atroce. Di dubbi, di paure, di senso di impotenza. Ognuna di queste cose mi ha insegnato delle cose importanti di me e delle persone che mi stanno intorno che forse non avrei voluto imparare. Ma il bene e il male, la luce e il buio, l’amore e la paura vengono sempre insieme. E imparare questo, forse, è stato il regalo più importante.

Viaggi di ritorno

Ho dei pensieri nel retro del cervello che mi fanno stare non male, ma nemmeno bene.

Il momento giusto per mandare via D’Artagnan. Mio padre che ha una voce strana e dice cose strane. Le scelte da fare. Le occasioni che ho paura di perdere. L’ansia per te.
Non so come fare, oltre a combattere a colpi di Sutra.

Poi, stasera il treno è silenziosissimo, come se fossimo tutti in attesa di una brutta notizia.

Conversazioni in Albania

Non so perché, ma sono convinta che fosse un sabato, e magari invece era domenica, ma insomma era un giorno della metà di agosto del 2013.

A Tirana c’era un caldo che non ci si stava, e noi eravamo in cerca del famoso fiume di Tirana che divide la città in due (davanti al fiume, vabbè, credo di averlo scritto all’epoca, ci fermammo senza parole, dato che era grande quanto un canale d’irrigazione di un piccolo campo, a voler essere generosi) e di una tazza per la mia collezione, e di una coca cola fredda, che si sa che niente come una coca cola fredda ti dà l’idea di dissetarti quando hai caldo, anche se razionalmente sai che è una cazzata.

E insomma eravamo lì anche piuttosto stupiti dal fatto che il palazzo del dittatore albanese fosse una specie di palazzina di periferia in puro stile anni Settanta, e a un certo punto io mi lanciai in una di quelle dichiarazioni assolute che spesso mi contraddistinguono, che dico una cosa come se fosse la verità assoluta della vita, e invece dopo un paio di giorni sarei pronta a giurare il contrario perché le mie verità assolute dipendono soprattutto dal mio livello di energia; ma vabbè è tutta un’altra faccenda rispetto a quello che volevo dire nel post.

Comunque insomma io sono lì che metto dei paletti grossi nel mio futuro, e dico che ci sono degli errori che non farò mai più, tipo sradicarmi da una città per amore senza avere la garanzia di una cosa più concreta di una promessa vaga che si starà insieme, e che mai più accetterò un patto con una persona se io sarò l’unica a giocarmi il culo in quel patto.

E poi niente, sarà che era il 2013 ed era agosto e faceva caldissimo e si pensava che il 2015 fosse lontano e fosse un tempo in cui era ancora tutto possibile e a un certo punto ebbi addirittura la sensazione che ci fosse un progetto dietro a una frase che accennava a venire a Firenze in ginocchio.

Ma era il 2013, era agosto, faceva caldo, eravamo a Tirana che è una città che chiama fiume un rigagnolo, e secondo me una città che chiama fiume un rigagnolo ti fa dire cose più grosse di quelle che pensi, e non potevamo immaginare che il 2015 fosse così dietro l’angolo e che sarebbero cambiate tantissime cose.

E nemmeno potevamo immaginare che saremmo cambiati soprattutto noi.

Ma questo novembre è caldo e colorato, e se guardo i giorni passati da quell’agosto non posso che dire che sono stati tutti giorni perfetti; perfetti e completamente diversi da quelli che desideravo allora.

Il tempo cambia le cose, e spesso, se lo lasci fare, in meglio.

Innamorarsi, un giorno

Per il mio quarantaduesimo compleanno, chi mi legge lo sa, mi sono regalata una dieta.

È un regalo un po’ strano, perché regalarsi un sacrificio è buffo, mi rendo conto. È che volevo regalarmi la possibilità, in prospettiva, di guardarmi allo specchio e riconoscermi. Non intendevo piacermi, sia chiaro. Ma almeno riconoscermi, ecco, quello sì.

Ora, cinque mesi dopo, voglio dire che non è stato facile. Intanto perché, per esempio, non sono ancora arrivata al mio obiettivo, e ho cominciato a pensare che non ci arriverò più. E poi ho dovuto fare pace con il fatto che non solo non ho più vent’anni. Ma nemmeno trenta. E insomma, alla fine dimagrire a quarant’anni non è facile.

La cosa che non potevo immaginare era che una cosa così semplice come assumersi la responsabilità di cosa si mangia avrebbe cambiato tutto, nella mia vita.

Settimana dopo settimana ho cominciato a sentirmi meglio; ho cominciato a provare piacere fisico nello stare sveglia, nel camminare, nel muovermi. Piacere nel sentire l’energia che scorre.

E a ogni etto che perdevo guardando lo specchio scoprivo una donna che non avevo mai conosciuto. Intanto una donna che ha cominciato a sentirsi, se non bella, almeno piacevole. Ma soprattutto una donna che ha coraggio si vestirsi e pettinarsi e truccarsi come le pare e che guarda il mondo con gli occhi di qualcuno che si piace.

E ho scoperto, così, che amo la mia vita. Una vita faticosa, poco lineare, completamente vuota delle cose che anche solo un anno fa mettevo tra quelle necessarie a sentirmi felice; ma una vita divertente, piena, a tratti anche troppo piena, a voler essere sinceri, ma una vita che mi piace.

E, per la prima volta in 42 interi anni, io mi sono innamorata. Di me.

E si sa: essere innamorati è bellissimo.

Aria di casa

E così dieci minuti fa ero fuori, a piedi, e camminando respiravo questa aria di autunno, fresca, pulita.

E per un istante non sono più stata a Firenze e non avevo i capelli biondi.

Ero a a Torino, e avevo trent’anni. e tornavo a casa ed era notte, molto più tardi di adesso, e io tornavo da una delle mille sere in cui fingevo di essere felice, frignavo di nascosto e invece ero felice davvero, e non lo sapevo.

E ho avuto nostalgia per quella scema che sono stata, a buttare tutto all’aria perché non sapevo stare da sola, ma soprattutto ho avuto nostalgia per quella sensazione di completezza, di libertà, di coraggio, di immortalità, anche, che sentivo allora, in cui credevo che nulla potesse rompermi.

E mi guardo indietro e penso che sono stata così fortunata ad avere vissuto una cosa così; e che se oggi sono la donna che sono e non mi sono buttata giù da un cavalcavia a caso, ecco, è stato soprattutto perché in quegli anni ho imparato a essere me, nel bene e nel male. E a vivere con me, che non è facile.

E però per un istante ho avuto un magone grosso, perché quel passato è passato, e quei piedi leggeri, quella sensazione di soddisfazione pienezza totalità e calore non l’ho più avuta così brillante in fondo al cuore.

E mi sono resa conto che non ricordo nemmeno un giorno, di quei miei duemila giorni, in cui io avessi sentito freddo.

E, come è scritto in un messaggio che mi è appena arrivato, era un vento di giovinezza.

Era un così bel posto.

Settembre e una sfida

Sento, ormai da mesi, forte l’impulso a cambiare rotta in modo deciso, rivoluzionario.

Ho cominciato con il mio corpo, che pure non mi aiuta perché insiste a rimanere brutto com’è nonostante le cure che gli riservo. Ho continuato con la casa, buttando buttando e scoprendo, a ogni cosa che butto, che ne tengo comunque troppe; e sono tutte cose di cui non ho bisogno. Ho proseguito mettendo qua e là dei no ben piazzati e cercando di dare continuità a qualcosa, nella mia esistenza, che non sia il dormire il pomeriggio, su cui sono bravissima nella continuità, va detto, ma che è un problema.

Insomma cerco di meditare ogni giorno. Di muovermi ogni giorno. Di leggere cose ogni giorno. Di fare una foto che mi piaccia ogni giorno. Di studiare, ogni giorno. Di cucinare, ogni giorno.

Di essere allegra, se non felice, perché l’allegria si sceglie, la felicità invece ti viene data in dono, ogni giorno. 

Di smettere di buttare la mia vita, di muovermi lentamente ma farlo sempre, di smettere di sprecare le mie ore davanti agli schermi dei social network (solo per scoprire che nemmeno lì sono dalla parte di quelli giusti, di quelli ganzi, di quelli che hanno amici davvero in giro per la rete).

Insomma, la parola è Rivoluzione.

Se potete, voi pochi che mi leggete, mandatemi pensieri buoni; perché fare la rivoluzione non è facile. Affatto.

Il barattolo delle cose belle

Le nuvole di questi giorni, che mi hanno fatto fare un sacco di belle foto. Foto di nuvole e mare insieme a persone che amo. Credo si possa dire che non c’è quasi nulla che possa essere più bello.

Parlare attraverso dei pupazzi, e attraverso dei pupazzi sentirsi dire e dire delle cose importanti.

Dormire abbracciata a qualcuno. Non riesco quasi mai a dormire altrettanto bene.

Abbracciare qualcuno, ed essere io quella che dona invece di essere quella che prende.

Mangiare bene e in compagnia.

Ridere tantissimo per storie stupide, per battute sciocche, ma ridere tanto, sempre.

Baciarsi senza nascondersi.

Avere la borsa pesante perché è la borsa in cui tutti infilano le loro cose.

Sentirsi amata.

Giocare a fare finta, per un intero weekend, che questa sia la mia vita, e non una cosa che ogni tanto capita, e che non dura. Ma questa non era una cosa bella, quindi la cancello.