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Delle famiglie 

È che uno dovrebbe farsene una propria, di famiglia, prima o poi. Magari prima.

In un paese in cui è un fatto ancora così recente che la figlia zitella sia deputata a badare agli anziani di casa, avere una famiglia, un’altra, è l’unico motivo per evitare un destino legato per sempre al destino dei genitori.

E alla fine ha una sua perversa logica; se non regali la tua vita a qualcuno di nuovo, cosa ti impedisce di dedicarla a chi l’ha regalata a te? Chi dovrebbe farlo? A chi tocca?

Se non hai nessuno di cui occuparti che non sia te stessa, quale scusa inventerai per sfuggire alla voce del senso del dovere?

E quella che inventerai ha davvero valore? Ha davvero valore anche per te che la inventi?

Perché poi alla fine la vita è come una staffetta, e il testimone si passa avanti. Ma se avanti non c’è nessuno, ti tocca fare il giro intero.

A te. A nessun altro.

Facendo due conti

Facendo due conti, sono cinque anni e un pezzo che ho il magone della domenica sera. 

Ecco, dopo cinque anni e un pezzo di magone della domenica sera stasera mi è venuto in mente che merito più di così. 

Che merito di vivere senza magoni della domenica sera.

Quindi boh, vediamo che succede. 

Ci sono un sacco di cose nella mia vita che non sono più perfette. 

Nonostante questo, è ancora meglio averle piuttosto che non averle. 

Anime sensibili e cuori di ghiaccio

Ho sempre pianto un sacco, da ragazzina. Tanto, e da sola.

Sono una un po’ fatta così, che quando sente l’onda dell’emozione arrivare la smorza, la controlla, respira a fondo, la fa scorrere finché non va via.

In alternativa, penso ad altro.

Al funerale di mia madre canticchiavo Lullaby of birdland.

Quando vado in visita agli ospedali faccio la buffona.

Le emozioni forti le tengo tutte fuori, e l’unica che mi fa piangere in pubblico è la rabbia. Quando sono arrabbiata e litigo piango. Ecco perché non litigo mai. Perché non voglio mettermi a piangere davanti a nessuno.

Preferisco perdere una lite, fare un passo indietro, cancellare metaforicamente dal mio elenco di pensieri quello specifico argomento di discussione, allontanarmi, pur di non litigare e piangere.

Se devo mettermi a discutere, preferisco darti ragione subito, così mi risparmio il frigno, e risparmio fazzoletti di carta.

Si può piangere per ore a fianco di qualcuno che dorme a fianco a te senza che quel qualcuno si svegli. Io lo so, io l’ho fatto. Con più di una persona e più di una volta. Basta controllare il respiro; le lacrime scendono giù silenziose, senza sforzo.

Poi c’è la seccatura che bagni il cuscino, ma sono dettagli.

Così vista da fuori sembro una d’acciaio. Niente mi turba, al massimo mi irrito, ma mai nessuno vede come sto davvero.

Sorrido, respiro, resto impassibile: questo è il mio modo per affrontare quello che mi addolora, se è in pubblico.

Poi.

Poi ci sono serate come queste, in cui durante un esercizio di improvvisazione l’insegnante mi ferma e mi chiede di creare una situazione commovente. Mi dice “voglio provare pena per il tuo personaggio”.

E io lo faccio. Carico il personaggio di uno sguardo, una voce, una postura che mi creano disagio. E la situazione si fa così insostenibile che sento le lacrime che spuntano a me che sto recitando, mentre chi guarda si soffia il naso.

E finita la scena io mi sento malinconica come se le cose che ho finto di vivere le avessi vissute davvero.

Amo il teatro: perché almeno in scena, giocando a fare finta, posso essere completamente sincera.

Festa della mamma

Che poi, mi dico, se fossi viva probabilmente mi saresti antipatica, e mi saresti stata addosso come una sanguisuga – che in effetti era quello che facevi quando mi aspettavi alla finestra fumando una sigaretta quando uscivo la sera – e io non mi sarei mai vestita come volevo o pettinata come volevo e altre amenità, tipo vivere la vita che volevo, solo per evitare tutto il tuo essere passivo-aggressiva che era, lasciatelo dire, insopportabile.

Ma questa festa qui, questa occasione in cui tutti scrivono cose sulle loro mamme e io non riesco a ricordarmi bene nemmeno che faccia avessi, tanto meno la voce, è una cosa che proprio ogni anno mi spezza il cuore.

44 in fila per 3 col resto di 2

I 365 giorni che mi hanno portato dai 43 ai 44 sono stati giorni miei. Proprio miei. 

Se dovessi dire cos’è successo quest’anno, è successo che è un anno che ho vissuto interamente per me: ho detto dei no, ho fatto delle scelte, ho detto molti sì.

Mi sono impegnata. Per me. 

Solo per me, a essere precisa.

Dopo aver fatto pace con quello che non c’è, con quello che non c’è stato e con quello che non ci sarà, ho provato a vedere se riuscivo a fare delle cose contando solo sulle mie forze.

Ci sono riuscita, per altro.

Ho perso molte persone, ho perso molti sogni, alcuni li ho realizzati, altri li ho messi fuori dalla porta. Non voglio dire quali fossero i più importanti, perché avrei la tendenza di dire che quelli che ho perduto sono più importanti degli altri. 

Ma probabilmente non è così, è solo un difetto di visione.

Un mese prima di compiere gli anni mi sono tinta i capelli di azzurro. Mi sento un po’ ridicola, un po’ stupida e un po’ libera.

Ma più libera.

D’altra parte, e questo non l’ho imparato perché lo sapevo già, e mi sono solo ricordata che è così, la vita ha a che fare non con quello che accade, ma a come ti racconti quello che accade.

E io ho deciso che me la racconto bene, questa vita qui.

Nella prossima cercherò di imparare a non essere sola.

Ma magari c’è tempo, per la prossima.

Not all who wander are lost 

Questo 2017 che mi sta portando velocemente dai 43 ai 44 anni è un anno senza scopo.

Ho smesso di fantasticare oltre le 24 ore, e mi sono lasciata andare alla corrente delle cose; mi sono messa obiettivi piccoli, misurabili, e li perseguo con una tigna che non mi riconosco: non spendere soldi inutilmente, non mangiare male, camminare un poco tutti i giorni, leggere tutti i giorni, staccarmi dal web presto la sera tutti i giorni, pesarmi, mettere la crema anticellulite.

Cose così, senza ambizioni.

Che poi la vita – a meno di essere una persona speciale, con sogni speciali e capacità speciali, e no, non è il mio caso – non è altro che questo: arrivare al fondo di ogni giornata con la sensazione che quella giornata abbia avuto un senso; che sia una giornata che ha avuto senso vivere. Anche solo perché hai mangiato l’hummus, non perché hai salvato il mondo, per dire.

E quindi son qui che mi coccolo questa vita piccola, e vorrei alleggerirmi delle cose pesanti che ho dietro – oggetti, vestiti, libri – che fanno sì che io non possa avere una casa piccola, che invece è quello che voglio: posti piccoli per una vita piccola che mi circondino con calore, e non che mi facciano sentire persa davanti a orizzonti sconfinati.

Non sono i miei, gli orizzonti sconfinati. Non più; o forse non lo sono mai stati, chi lo sa.

E sono sicura che avesse ragione Seneca a dire che all’uomo senza direzione nessun vento è favorevole; ma in questo mio vagare, che non è essermi perduta, ho incontrato tanti posti belli da guardare, e tante cose belle da fare.

E non sto male, no.

Anche oggi ho illuminato un pezzo della mia vita e ho guardato in un angolo buio, che adesso grazie a oggi non è più completamente buio. 

Questo 2017, se dovessi scommettere, direi che finisce con una grande rivoluzione.

PS: devo sempre ricordare che è importante raccontarsi con le parole giuste, per stare bene.  

Le famiglie disfunzionali, la condiscendenza, il codice binario

In questi giorni ho capito un sacco di cose di me. Del mio non saper dire sì ma del mio dire sempre forse. Del mio non saper dire mai no, e di cercare di dire “vediamo” anche quando so che non c’è niente da vedere.

Mi sono ritrovata ancora una volta nel teatrino della famiglia amorevole e perfetta, la famiglia in cui nessuno dice la verità, ma tutti diciamo quello che serve per non irritare mio padre, non agitare mio padre, non far star male mio padre.

Così se uno è preoccupato lo nasconde; così non si preoccupa lui. Se sta male lo nasconde. Se è arrabbiato lo nasconde. 

Un sacco di adulti che costruiscono un mondo finto per farlo andare bene a una persona a cui comunque, per definizione, non andrà bene in ogni caso, perché niente va mai bene se non quando tutto è deciso da lui ed è perfetto per lui, tagliato su sua misura. 

E io, che pure ho delle idee, in generale anche ben strutturate, mi trovo in pochi muniti a far parte del meccanismo, a nascondere  quello che penso, a camminare in punta di piedi e sussurrare. Come faceva mia madre. Invece di gridargli che basta, che si arrangi come facciamo tutti, che il mondo non è un posto perfetto e non gira intorno a lui. Incredibilmente.

Così in poche ore mi trasformo nella quindicenne che sono stata, e abbandono i miei panni di adulta consapevole che pure indosso volentieri, non perché mi piaccia essere adulta, ma perché lo sono, e una cosa, se non puoi combatterla, devi abbracciarla stretta.

Così ho capito perché non ho una famiglia mia, (e perché sono molto più simile alle zie che odio di quanto vorrei) e quanto sarebbe stato meglio farmela, invece. Per rompere lo schema, creare una nuova cosa, fatta da me con le mie idee, non vissuta dal fantasma che divento quando sono con loro.

E così ho capito anche che il senso della vita – quello vero, che mi sfugge per colpa di tutto questo teatro famigliare – è come l’1-0 del codice binario: sì o no, senza vie di mezzo.

E improvvisamente tutto ha un senso, un disegno, una facilità, anche, tutta nuova. 

Sì è sì. Forse è no. Dopo è no. Vediamo è no. No è no.

Così disegno la nuova interpretazione del mio passato, ed è diventato tutto chiaro, e mi propongo di vivere il futuro con questa semplicità, che non chiede altro che essere sinceri.

Con se stessi, soprattutto. 

Ricordi che tornano all’improvviso

La cucina vecchia dei miei nonni aveva il pavimemto di pietra, sempre umido.

La ricordo grigia, quasi nera, ma ero piccola, chissà com’era davvero. Ma oggi ho ricordato la pentola di rame in cui si teneva l’acqua (non c’era l’acqua in casa quando ero bambina) e noi bevevamo da quell’acqua con un mestolo pesantissimo tutto pieno di bozzi.

Quando scoperchiavamo la pentola c’erano sempre i gatti, Geo e Gea, che guardavano. Gea era scorbutica. Geo, invece, cercava le coccole.

Dalla cucina partiva una scala, ripida, in pietra, che mi faceva paura, che portava al gabinetto, che non era che un buco nella pietra. Non so chi lo svuotasse, ma so che era quello il motivo per cui noi bambini facevamo spesso la pipì fuori in mezzo ai campi: perché in quel gabinetto non ci voleva andare nessuno.

Poi fecero un bagno improvvisato; avrò avuto sei o sette anni.

Però quell’acqua nella pentola, com’era buona.